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Rassegna di articoli riguardanti Pio XII

e la diplomazia Vaticana

 

tratto da Pio XII.150m




PIO XII e gli ebrei, tutte le ragioni di quel silenzio

Un saggio dello storico Renato Moro affronta il controverso atteggiamento del Vaticano durante la Shoah, ma rifiuta la logica del processo.

"Papa Pacelli temeva che una protesta pubblica avrebbe peggiorato la situazione dei perseguitati"

di Giovanni Belardelli (dal Corriere della Sera del 18 maggio 2002)

Si discute da decenni dell'atteggiamento tenuto dalla Chiesa nei confronti dello sterminio degli ebrei, e in particolare del fatto che Pio XII evitò di pronunciare una solenne condanna del nazismo. Ma la discussione non è mai riuscita a liberarsi da un impianto sostanzialmente accusatorio, cioè dalla tendenza a condannare Pio XII, addirittura accusandolo di qualche simpatia per il nazismo, o alternativamente ad assolverlo sulla base di valutazioni e giudizi non privi di toni apologetici. L'intera questione è ora riesaminata in un bel libro di Renato Moro (edito da II Mulino) che parte proprio dalla necessità di rifiutare la logica del processo. Lo storico, scrive l'autore, non deve stabilire cosa si sarebbe dovuto fare; il suo dovere è «cercare di comprendere motivi, ragionamenti, mentalità, condizionamenti oggettivi e soggettivi che hanno spinto a comportarsi in un certo modo». Al riguardo non va dimenticato anzitutto che il «silenzio» di Pio XII di fronte allo sterminio degli ebrei fu il risultato di un comportamento assunto in modo consapevole. Il pontefice riteneva infatti che cauti passi diplomatici avrebbero potuto strappare qualche risultato positivo. mentre ogni pubblica protesta avrebbe peggiorato la situazione dei perseguitati. A spingerlo in questa direzione concorreva la sua formazione giuridica, che lo induceva a sopravvalutare la portata dei mezzi diplomatici. Inizialmente ci fu anche una sottovalutazione di ciò che stava avvenendo agli ebrei d'Europa, sottovalutazione che era del resto comune all'opinione pubblica dei Paesi democratici. Non si trattava solo di carenza di informazioni. ma anche — quando queste dal '42 cominciarono a testimoniare di un vero e proprio sterminio — della difficoltà a credere davvero alla realtà di un fatto inaudito e inimmaginabile. L'atteggiamento tenuto dalla Chiesa nei confronti dell'Olocausto fu però il risultato di un insieme di motivazioni diverse. Così, la prudenza adottata dal Papa dipese anche dalla paura che, mentre si profilava la sconfitta di Hitler, una condanna potesse essere considerata dai cattolici tedeschi come un tradimento, come una sorta di pugnalata alle spalle. Inoltre, quando infuriava a est lo scontro fra Germania e Urss, la Santa Sede era paralizzata dal timore che una condanna della dittatura di Hitler potesse favorire la dittatura di Stalin. Soprattutto, nel libro si insiste sul peso avuto dalla tradizione dell'antisemitismo cattolico. Moro parla di antisemitismo cattolico, e non solo di antigiudaismo, perché ricorda in modo convincente come non si trattasse più soltanto dell'antica ostilità religiosa verso gli ebrei. Tra fine '800 e inizio '900 si era infatti diffuso, anche in ampi settori del mondo cattolico, un antisemitismo a sfondo politico e sociale. Gli ebrei apparivano come la quintessenza di una modernità che si presentava con il volto minaccioso della scristianizzazione. In questa prospettiva, sentendosi minacciata, la Chiesa era portata a considerare in modo almeno in parte positivo la stessa legislazione contro gli ebrei introdotta negli anni '30 da alcune dittature. Anche se, naturalmente, considerava leggi del genere come un modo per separare gli ebrei dai cattolici, non certo per compiere atti di violenza ai loro danni. Insomma, non va dimenticato che a quell'epoca i cattolici vedevano generalmente negli ebrei, scrive Moro, non gli «antenati della loro fede, ma i nemici della loro religione». Ancora nell'agosto 1943, caduto Mussolini, il Vaticano intervenne presso Badoglio perché si modificassero le leggi razziali del fascismo in quelle parti che contraddicevano la dottrina cattolica (ad esempio il divieto dei matrimoni tra cattolici ed ebrei convertiti), senza però abrogarle poiché contenevano alcune disposizioni «meritevoli di conferma». Fu anche a causa di questi pregiudizi nei confronti dell'ebraismo che la Chiesa trovò inizialmente difficile capire la radicale novità rappresentata dall'antisemitismo nazista, che non voleva soltanto tenere a distanza gli ebrei ma mirava a sterminarli. E' innegabile che molti cattolici, in tutta Europa, si prodigarono nell'aiutare gli ebrei anche senza una pubblica e solenne condanna papale del nazismo. Tuttavia, se questa condanna vi fosse stata, conclude Moro, avrebbe spinto il mondo cattolico a mobilitarsi nella sua generalità, ciò che invece non avvenne. Una simile condanna sarebbe stata particolarmente rilevante per quei paesi — come la Germania — in cui più pesava la tradizione del pregiudizio antiebraico. Pio XII scelse la linea del silenzio, non senza incertezze e sofferenza interiore, convinto anche che i rischi di una denuncia dall'alto della cattedra di Pietro avrebbero potuto provocare risultati ancora peggiori. Tuttavia il peggio, per gli ebrei d'Europa, era già arrivato.

• II libro di Renato Moro «La Chiesa e lo sterminio degli ebrei», è edito da II Mulino, pagine 208, euro 12


Hitler ordinò: "Uccidete Pio XII"

di Luigi Sugliano (da La Stampa del 15 aprile 1993)

ROMA. Anno 1943, missione segreta: "Tentare un massacro in Vaticano e uccidere il Papa, Pio XII". Obiettivo: "Far ricadere la responsabilità della strage sui partigiani e gli alleati". Questo ordine, che esce dal segreto degli archivi, ha una firma: Hitler. Cinquant'anni dopo il drammatico 1943 ecco un documento segretissimo sul folle piano del dittatore nazista. Lo pubblica il settimanale "Gente" in edicola sabato. Secondo quanto riferisce "Gente" il piano prevedeva l'assalto al Vaticano da parte di reparti delle SS che indossavano uniformi italiane. Questi reparti erano destinati ad essere a loro volta annientati da altri militari germanici. Non ci dovevano essere ne superstiti ne testimoni. "Nel caso che il Papa fosse sfuggito al massacro - scrive Gente - il progetto prevedeva il suo trasferimento in Germania, come ostaggio". Il documento con le rivelazioni è datato 26 settembre 1944 ed è firmato da Paolo Porta, il federale di Como fucilato a Dongo, sul lago di Como, assieme ad altri gerarchi che accompagnavano Mussolini in fuga. E' rivela Gente, che ne è entrato in possesso su carta intestata dell'Undicesima Brigata nera "Redini" di Como. Il documento era in possesso di un ex comandante partigiano, Giacinto Lazzarini, morto tre anni fa. Gli era stato affidato dal Governo militare alleato della Provincia di Varese. Un documento rimasto segreto, destinato a far discutere. Lo storico Antonio Spinosa, ad esempio, lo conlesta. Dice; "Queste rivelazioni sono smentite dalla logica della storia. I fatti verificati sono questi: esisteva un piano per deportare il Papa. Hitler, alla fine del '43, ne parlò con Karl Wolff, capo delle SS in Italia. U piano di Hitler era duplice: impossessarsi dei tesori del Vaticano ed eventualmente deportare il Papa e una parte del suo clero. Ma Wolff prese tempo, disse che entrambi i piani erano di difficile realizzazione, che non aveva gli uomini adatti per l'impresa". Ancora Spinosa: "Hitler si irritò. E alcuni giorni dopo richiamò Woolf nella "tana del lupo". Wolf fece presente a Hitler la situazione italiana: Mussolini era caduto e nessuno in Italia lo avrebbe difeso. E la Chiesa era l'unico incontrastato potere esistente. Perché dunque bisogna deportare il Papa? Forse per farne ricadere la colpa sugli alleati. E' questo l'unico elemento plausibile di questa nuova ricostruzione. Wolff consigliò Hitler di adottare la politica della mano leggera, che aveva avuto sempre ottimi risultati. E spiegò che per realizzare il progetto gli occorrevano non meno di 4 settimane". Ma torniamo alle rivelazioni di Gente. Secondo Porta, Hitler cercava una scusa per eliminare il Papa che considerava "scomodo". E ancora: facendo ricadere la colpa sugli alleati intendeva scatenare la reazione contro gli anglo-americani. Ma come fallì il piano, che era stato affidato ai reparti dell'Ottava divisione di cavalleria "Florian Geyer" delle SS vestiti con uniformi italiane? "Tutto il piano è scritto nel documento fu sospeso all'ultimo minuto, non si sa per quale motivo, tanto più che i germanici si erano ben guardati da renderne edotto il Duce. Si dubita che solo Pavolini sia stato interpellato per avere almeno un appoggio e una responsabilità morale da parte fascista".


In molti sottovalutarono la mostruosità del progetto di sterminio attuato da Hitler

di Alberto Melloni (dal Corriere della Sera del 18 maggio 2002)

Fiumi d'inchiostro sono stati versati sull'atteggiamento di Pio XII durante la Shoah. Da quando una pièce teatrale che è la base di un recente film di Costa Gavras, accusò il papa, I dilemmi e i silenzi di Pio XII, come titolava un volume di saggi di Giovanni Miccoli, continuano ad animare sia il lavoro storico che la discussione pubblica. Difeso affastellando attenuanti banali e incolpato d'essere addirittura «II papa di Hitler», Pio XII è rimasto a lungo il fulcro d'una polemica che, grazie alla chiusura degli archivi vaticani, metteva tutto sul conto del pontefice. Su questo schema interpretativo ha inciso poco la decisione montiniana di pubblicare una selezione degli atti della diplomazia pontificia, mentre ha ottenuto di più una storiografia (E. Fattorini, C.F. Casula, A. Riccardi, G. Vecchio oltre al citato Miccoli) che ha documentato la complessità delle periodizzazioni e delle responsabilità nella Shoah. In questa linea, e poche settimane dalla decisione papale di aprire nei prossimi mesi le carte vaticane, arriva per i tipi del Mulino il bel saggio La chiesa e lo sterminio degli ebrei di Renato Moro. Egli conduce il lettore fra le fonti e gli studi oggi disponibili con la sicurezza del maestro di storia: di storia — sì, che è paga di capire fatti, nessi, origini e non cerca «prove» contro i perpetratori e gli spettatori della violenza nazista e fascista, che sono condannati dalla vita. Moro porta il lettore dentro una contraddizione che ha per soggetto la chiesa e lascia che gli argomenti della polemica su Pio XII riprendano posto su più vasti scenari per capirne la reale portata. L'antigiudaismo cattolico ha una cronologia diversa dall'antisemitismo degli Stati totalitari? Sì: ma è tale discronia che impedì l'esprimersi di un giudizio teologico e politico sulle leggi razziali nel 1939 (p. 97). Pio XII sprezzò in privato il nazismo? Sì: ma egli e la Santa Sede non hanno «pienamente tenuto conto dell'unicità mostruosa della iniziativa hitleriana sul terreno della politica razziale» (p. 110). I cattolici che erano intrisi della stessa cultura del disprezzo che pervadeva i carnefici salvarono un po' di ebrei? Sì, ma «l'aiuto prestato dai singoli non risolve, ma moltiplica i problemi» (p. 29). Insomma: Moro mostra che è necessario un equilibrio che non è frutto di calcoli politici, ma di uno studio da cui s'evince che «il silenzio — è un problema collettivo, non individuale» (p. 29), perché tale è il cattolicesimo. Non basta un libro, che è avvincente per il pubblico e convincente per gli studiosi, a sventare il semplicismo (in fondo subdolamente revisionista) di chi vuol cancellare l'antisemitismo con una gita nei lager o rinchiuderne il peso nel papa d'un Vaticano impotente con un Amen: «Tutto verrà alla luce: delinquenze e condanne» scriveva nel 1942 monsignor Tardini, il cervello della diplomazia vaticana; e con questo tutto la storia non cessa di lavorare.


La Croce e la svastica Costa Gavras accusa

Il discusso film sulle reticenze di Papa Pio XII ai tempi di Hitler Il regista polemico: da noi il manifesto di Toscani solo sui giornali

(Da La Stampa del 18 aprile 2002)

ROMA- Non è stata una bella sorpresa, per il maestro del cinema di denuncia Costa-Gavras, vedere che il manifesto pubblicitario del suo nuovo film "Amen", presentato con successo all´ultimo FilmFest di Berlino e poi in Francia, in Belgio e in Svizzera, è totalmente assente dai muri della capitale. Firmato da Oliviero Toscani, già molto discusso alla prima uscita berlinese, il poster, su cui è raffigurata una grande croce rossa con le estremità uncinate, non è stato diffuso per volontà del distributore italiano della Mikado Roberto Cicutto. "Vedo con tristezza - ha osservato Costa-Gavras - che il manifesto non è presente in città, ma solo sulle pagine dei giornali. In Francia e in Svizzera è stato affisso liberamente, mi dispiace che qui sia andata in modo diverso: non si tratta di censura, ma di auto-censura". Cicutto replica assumendosi totalmente la responsabilità della scelta: "Visto l´aggravarsi della situazione in Medio Oriente negli ultimi giorni, con al centro la vicenda della Chiesa della Natività e l´intrecciarsi delle varie posizioni, abbiamo ritenuto che quel segno, il crocifisso-svastica, potesse essere equivocato e non volevamo offendere la sensibilità cristiana. Ci dispiace che Costa-Gavras non condivida la scelta, ma ce ne prendiamo tutto il carico". Eppure al centro di "Amen", tratto dal dramma teatrale di Rolf Hochhuth intitolato "Il Vicario", ci sono, spiega il regista, due personaggi, il chimico e ufficiale delle SS Kurt Gerstein (realmente esistito), e il giovane gesuita Riccardo Fontana (frutto d´invenzione) che reagiscono agli eventi "applicando la stessa filosofia cristiana, pur essendo uno protestante e l´altro cattolico". L´obiettivo infatti era uguale: sconfiggere il silenzio di chi, pur essendo a conoscenza della sterminio nazista degli ebrei, non fece niente per fermarlo. L´accusa, molto diretta, è rivolta all´atteggiamento tenuto da Papa Pio XII durante la seconda guerra mondiale: "C´è sempre spazio per la resistenza - sostiene Costa-Gravas -, anche sotto un regime aggressivo come il nazismo. La Chiesa sapeva e non si pronunciò, perchè le gerarchie ecclesiastiche scelsero la via del calcolo diplomatico sostenendo che un intervento di Pio XII avrebbe provocato una reazione ancora più violenta. D´altra parte parliamo della stessa Chiesa che, nei secoli, ha dato spazio al radicamento dell´antisemitismo preparando il terreno di coltura dell´Olocausto. E poi, non è stato un vescovo a lasciare che venissero massacrate 800 mila persone in Ruanda? E non erano i cappellani militari argentini a rincuorare i soldati costretti a gettare nell´oceano i cadaveri dei desaparecidos?". D´altra parte, ricorda Costa-Gavras, ci furono anche tanti preti coraggiosi, pronti, come Riccardo Fontana (interpretato dall´attore e regista francese Mathieu Kassovitz), a immolarsi per difendere gli ebrei in pericolo: "Il mio non è un film contro la Chiesa, ma bensì una metafora sul peso del silenzio in un momento così tragico per l´umanità". Inevitabile il riferimento alla stretta attualità anche se, com´è ovvio, "Amen" è stato pensato e realizzato molti mesi fa: "L´anti-semitismo di cui oggi si torna a parlare non è altro che la reazione puntuale a quello che oggi sta accadendo in Medio-Oriente: rinasce perchè è in atto questa tragedia". Per una scelta precisa e meditata Costa-Gavras, a differenza di tanti altri registi, ha evitato di rappresentare in modo diretto la vita nei lager: "Trovo che il cinema non possa, sia da un punto di vista etico che pratico, rappresentare l´Olocausto; io stesso non sarei mai riuscito a dire a un attore sul set "adesso svestiti e interpreta il dramma". Avrei provato vergogna: non si possono descrivere in modo realistico le condizioni di vita nei lager". Tra polemiche e precisazioni, Costa-Gavras trova anche il modo di rispondere al presidente Ciampi che ha invitato, qualche giorno fa, i registi italiani a girare più film sulla storia patria: "Lo Stato italiano dovrebbe preoccuparsi di dare più soldi ai cineasti, altrimenti quei film non si potranno fare mai e noi tutti, in Europa, continueremo a vedere un cinema italiano molto povero".


"Film su Pio XII, l’Italia mi censura"

Protesta di Costa-Gavras: bloccato il poster di "Amen." con la croce e la svastica

(Dal Corriere della Sera del 18 aprile 2002)

ROMA - "E’ una ferita al cuore profonda, e tanto più dolorosa perché mi viene dall’Italia: il distributore del mio film "Amen." ha deciso di non affiggere sui muri il manifesto di Oliviero Toscani. Un film è anche il suo manifesto. E’ una vera censura", dichiara Costantin Costa-Gavras, regista di "Amen." (sui nostri schermi da domani) nella locandina del quale campeggia una croce latina che si confonde in una svastica. "Amen.", infatti, denuncia il silenzio "diplomatico" del Vaticano e di Papa Pio XII sui crimini nazisti contro gli ebrei attraverso le storie di un giovane gesuita deciso a convincere il potere religioso a non tacere sugli eccidi e di un ufficiale delle SS (realmente esistito) che denunciò quello che accadeva. Protestano il regista Costantin Costa-Gavras, lo scrittore Rolf Hochhuth, i due protagonisti, Mathieu Kassovitz (il gesuita) e Ulrich Tukur (l’ufficiale tedesco che denunciò con un memoriale dettagliato quanto stava accadendo), la produttrice del film e moglie di Costa-Gavras, Michelle Ray, già affermatissima giornalista francese di reportage scottanti. Per tutti, l’omissione del manifesto va contro il significato più forte del film. "Siamo sorpresi - ha detto il regista -, perché la distribuzione ha cambiato radicalmente la politica di promozione del film senza avvertirci. Nessun manifesto e anche, su alcuni giornali, una pubblicità che ci sembra semi-clandestina e per di più accompagnata da un testo lambiccato, imbarazzato e soprattutto mediocre che vorrebbe spiegare il contenuto del film e che sembra voler giustificare o anche discolpare in anticipo il distributore". Replica il distributore Roberto Cicutto: "Dopo quanto è accaduto in questi ultimi giorni in Medio Oriente, anche se avevamo i manifesti pronti e stampati, che verranno pubblicati sui giornali e affissi solo nelle sale di cinema, abbiamo deciso che l’affissione nelle strade avrebbe potuto generare equivoci". Gli esponenti di An Michele Bonatesta e Riccardo Pedrizzi, che negli scorsi giorni avevano chiesto alla magistratura di bloccare i poster, applaudono la decisione. Amareggiato, il regista afferma: "Il mio è un film sulla Storia che ancora e sempre si ripete. Il silenzio non è mai una soluzione. Nel film io denuncio il Vaticano come sistema di potere e traccio, attraverso l’odissea del giovane gesuita, una netta metafora sui silenzi e sulle partecipazioni della società a dittature, sparizioni di massa: in Africa come in America Latina. Il senso di "Amen." va al di là della storia dell’ufficiale nazista e del gesuita, un protestante e un cattolico, due simboli di coscienza cristiana che trovarono il coraggio di lottare contro la barbarie. Sempre chi ha il potere, sia politico o religioso, deve conservare, senza usare la parola "diplomazia", i margini di denuncia, di opposizione, di ribellione a ogni misfatto. Non accadde ai tempi di Hitler e del "silenzio" di Pio XII; non accadde durante lo sterminio in Ruanda, quando un vescovo sapeva dell’uccisione di 800 mila persone e tacque; non accadde in America Latina".

Si scalda il regista di "Zeta l’orgia del potere" e ribatte a chi gli fa osservare che il presidente Ciampi ha recentemente dichiarato quanto sia importante il binomio "cinema e storia". Dice: "Se il vostro presidente pensa davvero questo, deve dare più denaro al cinema, come accade, pur tra mille difficoltà, in Francia. Solo così potrà far risorgere un cinema italiano forte, impegnato, con una valenza culturale e lontano da ogni censura".


Shoah e polemiche, "Amen" arriva in Italia

L'impianto della pellicola, ispirata al "Vicario" di Hochhuth, non convince neppure la critica laica "Come era ingiusto accusare il popolo ebraico di deicidio, così Pio XII non può essere considerato complice di Hitler"

di Giovanni Maria Del Re

(da L'Avvenire 12 aprile 2002)

Anche in Italia Amen sarà pubblicizzato con l'ormai famosa immagine realizzata da Oliviero Toscani: una croce che si trasforma in svastica. Ma soltanto sui giornali e nelle locandine dei cinema. Con un annuncio pubblicato ieri su "Repubblica", Mikado - che distribuisce la pellicola nel nostro Paese - ha annunciato di aver preso questa decisione "per non acuire tensioni e polemiche in questo tragico momento di guerra in Medio Oriente". In Francia il manifesto è già stato al centro di un processo, che però si è risolto a favore del regista. Da parte sua Costa-Gavras, in un'intervista rilasciata nei giorni scorsi, ha ammesso che durante la Seconda guerra mondiale numerosi ebrei sono stati salvati dai cattolici, ma ha sostenuto che questo sarebbe avvenuto in assenza di un ben preciso "ordine" proveniente dal Pontefice. Il regista ha inoltre precisato di non aver mai pensato che Pio XII abbia tenuto un atteggiamento "filonazista". Tuttavia, a suo avviso, considerava Hitler "come un nemico legittimo piuttosto che un nemico da distruggere come pensavano Churchill, De Gaulle e molto più tardi Roosevelt".

BERLINO. "La tesi del film rappresenta una grossolana calunnia e una deformazione della storia". Non ha usato mezze parole il cardinale Karl Lehmann, che oltre ad essere vescovo di Magonza è anche presidente della Conferenza episcopale tedesca, nel criticare Amen di Constantin Costa-Gavras. Com'è noto, il film - che esce in questi giorni in Italia - ha suscitato dure polemiche in occasione della sua presentazione al Festival del cinema di Berlino, a cominciare dal manifesto del film (disegnato da Oliviero Toscani) che mostra una croce fusa con una svastica, a suggerire una chiara connivenza tra la Chiesa di Pio XII e il regime di Hitler. Una tesi che in Germania è nota da tempo, per una famosa quanto discussa pièce teatrale, alla base dello stesso film di Costa-Gavras, di Rolf Hochhuth, Il vicario (1959): secondo il drammaturgo il Papa, pur sapendo chiaramente che cosa stava accadendo a milioni di ebrei, non intervenne, rifiutando qualsiasi chiara condanna.

"Pacelli era informato sin dall'inizio minuziosamente di quanto accadeva agli ebrei - ha inveito lo stesso Hochhuth in occasione della presentazione di Amen al Festival di Berlino - sapeva benissimo che il 45% dei soldati della Wehrmacht era cattolico e dunque non avrebbe accettato di partecipare allo sterminio. E aveva visto che un cardinale (von Papen) aveva potuto attaccare dal pulpito l'"eutanasia" contro gli handicappati senza che nulla gli accadesse, anzi ottenendo di fermarla. E invece di fronte all'Olocausto non fece niente, macchiandosi di un gravissimo crimine".

Accuse che non pochi giudicano infondate, e che hanno suscitato la dura reazione di Lehmann: "I tanti, anche cattolici - ha proseguito il cardinale - che hanno messo a rischio la propria vita e spesso l'hanno anche persa per combattere il nazismo si sentirebbero scherniti a posteriori". Non solo la Chiesa ha respinto le accuse lanciate al Vaticano da Hochhuth e Costa-Gavras: i due non hanno davvero convinto neppure i giornalisti. Le critiche in Germania - anche su giornali di area apertamente laica - sono state piuttosto negative. Un po' tutti hanno accusato il film di semplicismo, oltre che di un eccessivo ricorso ai costumi storici a scapito spesso della sostanza. Soprattutto, molti hanno rilevato proprio una deformazione della realtà storica, anche se Costa-Gavras si è difeso tenacemente, presentando Amen come "non un film storiografico, ma un'accusa contro tutti i crimini contro l'umanità perpetrati in questo terribile Novecento".

Significativamente, ad attaccare il regista e Hochhuth è stata anche una giornalista ebrea, Mariam Lau, che ha pubblicato una dura recensione sul quotidiano Die Welt: "La religiosità di Pio XII - scrive - non è stata messa in dubbio da nessuno. L'odio di Hitler nei suoi confronti era nota come i suoi scoppi d'ira, durante i quali giurava di voler "sbattere fuori dal Vaticano questa banda di porci"". Il giornale ricorda inoltre l'assedio del Vaticano da parte dei nazisti, "eppure - prosegue Mariam Lau - centinaia di diplomatici e profughi ebrei riuscirono egualmente a trovarvi rifugio". Peccato che questo nel film non si veda.


Una Croce e la Svastica(Amen)

Pio XII, gli ebrei e un film

di Giovanni Belardelli

(dal Corriere della Sera del 19 marzo 2002)

Quanti sono gli ebrei che Pio XII ha collaborato ad eliminare? L'interrogativo è evidentemente assurdo: eppure sta pian piano diventando legittimo se dobbiamo giudicare da ciò che si va sostenendo da qualche tempo. Un giornale autorevole come Le Monde, ad esempio, ha scritto che nell'Europa orientale "la Chiesa si impegnò attivamente" nello sterminio degli ebrei "con l'appoggio del papa"; un libro di successo (ne è appena uscita l'edizione economica) di John Cornwell ha come titolo, quasi fosse cosa ovvia, Il papa di Hitler. Può accadere anche, di fronte a un volume fondato su serie ricerche (come quello di Susan Zuccotti pubblicato da Bruno Mondadori). che la casa editrice lo accompagni di una scheda esplicativa in cui si parla — di nuovo, come la cosa più ovvia del mondo — del "silenzio-assenso" di Pio XII di fronte alla Shoah. Tutto ciò non ha suscitalo finora molta attenzione: ma ne susciterà probabilmente tra qual che settimana, quando comparirà anche nelle nostre sale cinematografiche Amen di Costa Gavras. Il film ha già provocato forti polemiche in Francia. Non solo perché affronta il tema delle responsabili la della Chiesa di fronte all'Olocausto con un impianto dichiaratamente accusatorio (ricavato dal Vicario di Hochhuth. del 1963). Ma anche e soprattutto perché la pellicola viene pubblicizzata da un manifesto di Oliviero Toscani che fonde insieme il simbolo cristiano e il principale simbolo nazista, la croce e la svastica. Così. grazie a un'immagine di forte impatto. che alcune personalità ebraiche francesi hanno giustamente definito "malsana", c'è il rischio che la questione dell'atteggiamento tenuto dalla Santa Sede nei confronti della Shoah finirà con l'apparire risolta una volta per tutte. Si tratta invece di un tema complesso, al cui centro sta l'interrogativo circa il perché Pio XII non abbia formulato una denuncia drammaticamente più esplicita dello sterminio degli ebrei messo in atto da Hitler. La Santa Sede si limitò infatti a un'azione assai cauta: per lo più a interventi riservati presso i governi, lasciati all'iniziativa dei singoli episcopati. Per questo comportamento sono state chiamate in causa varie ragioni: il timore per le conseguenze negative che un'aperta e pubblica condanna avrebbe avuto per i cattolici e per gli stessi ebrei, la tradizionale disposizione della Chiesa a mantenere una posizione neutrale durante un conflitto, la paura che l'integrità territoriale del Vaticano fosse messa a repentaglio. È stato dato risalto anche alla mentalità dei funzionari vaticani. portati a vedere le persecuzioni degli ebrei solo come uno dei tanti problemi che si trovavano ad affrontare (e a questo riguardo non va dimenticato che lo sterminio messo in atto da Hitler a quell'epoca fu sottovalutato un po' da tutti). I ritardi e la debolezza delle iniziative prese da parte vaticana vanno però addebitati anche (e soprattutto) a un altro elemento: il radicato orienta mento antigiudaico della Chiesa e del mondo cattolico, che da tempo avevano individuato negli ebrei i principali responsabili dei mali della modernità e dunque del la scristianizzazione che minacciava il mondo contemporaneo. Fu a causa di questo orientamento che, negli anni '30, la Santa Sede non fece seguire alla condanna del razzismo nazista un'analoga condanna delle leggi contro gli ebrei approvate in vari Paesi. La Chiesa riteneva infatti legittimo che una società si difendesse dal "pericolo giudaico" anche con misure discriminatorie. Così, nel 1938. da parte vaticana non vi furono pro teste per le "leggi razziali" italiane se non riguardo alla proibizione dei "matrimoni misti" (cioè tra cattolici ed ebrei convertiti), ma perché questa proibizione rappresentava un "vulnus" del Concordato. Fu soprattutto il radicato pregiudizio antiebraico, dunque, a far sì che la Santa Sede e il mondo cattolico comprendessero con difficoltà d'essere di fronte a un fatto radicalmente nuovo quando il nazismo passò dalla discriminazione giuridica degli ebrei (che la Chiesa, a certe con dizioni, aveva giudicato legittima) al loro sterminio. Su tutto questo si sono avute di recente significative ammissioni anche da parte vaticana. Si tratta comunque di argomenti sui quali la discussione resta aperta. Ma considerare Pio XII alla stregua di un complice di Hitler, fondere insieme la croce e la svastica non contribuisce ad alimentare il confronto fra le diverse tesi ne tanto meno accresce la nostra comprensione di come e perché le cose andarono in un determinato modo.


La sassata di Davide colpisce Pio XI e Dossetti

Un libro di David Kertzer sui papi antiebrei risparmia Pio XII. Ma fa a pezzi il predecessore. Botta e risposta con "La Civiltà Cattolica"

di Sandro Magister

(Da L'Espresso 28 febbraio 2002)

Il volume di David I. Kertzer "I papi contro gli ebrei" si distacca di netto dalla sequela di libri dedicati a esecrare o giustificare i "silenzi" di Pio XII sullo sterminio nazista. Nel libro di Kertzer, infatti, di Pio XII quasi non si parla. I papi di cui racconta sono quelli che vanno da Pio VII a Pio XI. Da Napoleone alla vigilia della seconda guerra mondiale. Il libro è ben costruito. Troppo. Perché di questi papi e dei coevi gerarchi di Chiesa allinea soltanto le parole e gli atti "contro gli ebrei". La tesi è esposta con chiarezza nelle prime pagine. E rovescia quella espressa dal Vaticano nel documento del 1998 "Noi ricordiamo: una riflessione sulla Shoah". A detta del Vaticano la Chiesa è stata sì "antigiudaica" per ragioni religiose – e di questo chiede perdono – ma mai "antisemita" su basi razziste. A detta di Kertzer, invece, c’è continuità tra l’antigiudaismo della Chiesa e l’antisemitismo di Hitler. Il primo ha aperto la strada e fornito alimento al secondo. Più sotto trovate una sintesi della ricostruzione di Kertzer, da lui stesso scritta per il "Corriere della Sera". E subito dopo la replica, sempre scritta per il "Corriere", di Giovanni Sale, gesuita dell’autorevole rivista "La Civiltà Cattolica". Ma un’altra cosa va notata, del libro di Kertzer: il severo giudizio di condanna calato su papa Pio XI. Al cui confronto appaiono persino indulgenti i pochi cenni che l’autore riserva al successore, Pio XII. Con questo Kertzer non solo si distacca dal luogo comune della contrapposizione tra un Pio XI "buono" e un Pio XII "cattivo". Ma contesta frontalmente proprio la lettura di quel passaggio di pontificato, sul caso cruciale degli ebrei, data dal maggiore maestro della cultura politica cattolica del secondo Novecento italiano, Giuseppe Dossetti. Dossetti formulò la sua lezione in una ampia e dotta introduzione al volume di Luciano Gherardi "Le querce di Monte Sole": una rilettura cristiana delle stragi naziste di Marzabotto, edita dal Mulino nel 1986. E di una vera lezione si trattava, storica e teologica insieme. Su quelle pagine si sono formati, studiandole intensamente, i monaci e i discepoli delle comunità fondate dallo stesso Dossetti. Stando alla lezione di Dossetti, c’è una distanza abissale tra l’antigiudaismo cattolico e l’antisemitismo nazista. A quest’ultimo va riconosciuta una "unicità" nel male che fa il pari con l’"unicità" che molti assegnano alla Shoah. E proprio papa Pio XI – sempre secondo Dossetti – "aveva avuto intuizioni profondissime" di questa natura incommensurabilmente malvagia del nuovo antisemitismo nazista. L’aveva capita a fondo sul finire del suo pontificato. E si sarebbe comportato di conseguenza, denunciandola al mondo quando ancora c’era tempo per fermarla... Ma morì. E il successore Pio XII, a guerra ormai scoppiata, preferì "sottomettersi a un principio prudenziale" e alla "persistente speranza di negoziazioni riservate". Questa la lezione di Dossetti. Che Kertzer fa a pezzi. Molto sbrigativamente. L’ultimo capitolo del suo libro, quello che parla di Pio XI, ha per titolo "L’anticamera dell’Olocausto".

Ecco qui di seguito il botta e riposta di questi giorni tra Kertzer e "La Civiltà Cattolica": La Chiesa e la trappola del "sano antisemitismo" di David I. Kertzer (Dal "Corriere della Sera" del 26 febbraio 2002) Come mostrano chiaramente le notizie della scorsa settimana, il dibattito sul ruolo del Vaticano nella Shoah non si è concluso. Il nuovo film di Costa-Gravas, "Amen" , che inizia con il rifiuto di Pio XII di prendere posizione pubblicamente contro lo sterminio nazista degli ebrei, ha sollevato grida di protesta nella Chiesa in Italia e altrove. Rispondendo a crescenti pressioni, lo scorso venerdì il Vaticano ha dichiarato che gli archivi relativi al papato di Pio XI (1922-1939) sarebbero presto stati aperti. Negli ultimi anni il Vaticano ha inviato segnali ambigui su come intenda affrontare questa parte del suo passato. Da un lato Giovanni Paolo II ha chiesto a tutti i figli e le figlie della Chiesa di fare "un esame della responsabilità per i peccati commessi nel passato", ed egli stesso ha chiesto perdono a nome della Chiesa per la passata intolleranza nei confronti degli ebrei. Tuttavia la Commissione che ha incaricato di investigare sul ruolo della Chiesa nella diffusione dell'antisemitismo moderno ha concluso, nel rapporto del ’98 "Noi ricordiamo", che la Chiesa non ha responsabilità per l'Olocausto. La Commissione ha dichiarato che nel passato la Chiesa ebbe un ruolo nel diffondere un'immagine negativa degli ebrei solamente sotto l'aspetto religioso, mentre l'antisemitismo moderno, che ha contribuito ad aprire la strada alla Shoah, si componeva di immagini negative degli ebrei in ambito sociale, economico, politico e razziale. La riluttanza del Vaticano a confrontarsi con il suo scomodo passato è nuovamente affiorata nella critica al mio nuovo libro, "I papi contro gli ebrei: il ruolo del Vaticano nell'ascesa dell'antisemitismo moderno", mandata in onda da Radio Vaticana. padre Giovanni Sale, storico di "La Civiltà Cattolica", ha sminuito il libro definendolo "pamphlet", e ha aggiunto che "non era un serio libro di storia". Aderendo alla visione ufficiale secondo cui le immagini negative degli ebrei propagandate dalla Chiesa non avevano nulla a che fare con l'antisemitismo, padre Sale ha affermato che "La Civiltà Cattolica", le cui pagine dovevano essere approvate dal Vaticano prima di andare in stampa, non solo non promulgò l'antisemitismo, ma anzi si batté con forza contro i pregiudizi. Senza dubbio padre Sale conta sul fatto che pochi si daranno la pena di andare a controllare i vecchi numeri di "La Civiltà Cattolica". Che, invece, ebbe un ruolo importante nella diffusione dell'antisemitismo, dalla nascita dell'antisemitismo moderno, nel 1880 circa, fino alla seconda guerra mondiale. All'inizio del 1880, ad esempio, la rivista pubblicò una serie di 36 articoli violentemente antisemitici. Un passo del numero del 22 dicembre 1880 dice: "Se questa ebraica razza straniera è lasciata troppo libera di sé, diventa subito persecutrice, vessatrice, tiranna, ladra e devastatrice dei paesi dove si stabilisce... Per impedire che questa razza perseguiti o sia perseguita, sono necessarii freni sapienti e leggi speciali a sua non meno che nostra difesa e salute". Ai cattolici veniva continuamente ripetuto che gli ebrei non erano semplicemente membri di una religione ostile, ma anche di una nazione ostile, pronta a usare ogni mezzo criminale immaginabile pur di derubarli e perseguitarli. Solo rimandando gli ebrei nei ghetti l'Europa cattolica si sarebbe messa al riparo da essi. Per quel che riguarda l'antisemitismo moderno, non c'è esempio più pertinente di quello offerto dal linguaggio usato da "La Civiltà Cattolica" nel 1893: "La nazione ebraica - scrive l'autore gesuita - non lavora, ma traffica sulle sostanze e sul lavoro altrui; non produce, ma vive e ingrassa coi prodotti dell'arte e dell'industria delle nazioni che le diedero ricetto. È il polipo gigante che co' suoi smisurati tentacoli tutto abbraccia e attira a sé; che ha lo stomaco nelle banche, e le sue ventose o i suoi succhiatori da per tutto". Alle porte del XX secolo il giornale del Vaticano, "L'Osservatore Romano", faceva appello a "un sano antisemitismo". Nello stesso articolo, del 1898, metteva i cattolici in guardia contro i pericoli causati dall'emancipazione degli ebrei: "L'ebreo ha voluto condurre una vita che non può assolutamente condurre, abbandonandosi eccessivamente e inconsultamente all'ingenita passione della sua razza, essenzialmente usuraia e invadente". Non ha senso pensare che l'antagonismo "religioso" del Vaticano verso gli ebrei non abbia nulla a che fare con i movimenti del moderno antisemitismo. Non c'è accusa più "religiosa" di quella secondo cui gli ebrei torturavano e uccidevano i bambini cristiani e ne usavano il sangue per i loro riti, un'accusa che il Vaticano ripropose in varie occasioni fino alla prima guerra mondiale. In un articolo uscito su "La Civiltà Cattolica" nel 1914 si dice che il giudaismo insegnava agli ebrei a considerare il sangue dei bambini cristiani "una bevanda come il latte". Con l'aiuto del terreno preparato dalla Chiesa, i nazisti riuscirono a sfruttare le accuse di omicidio rituale, usandole spietatamente negli anni Venti e Trenta allo scopo di demonizzare gli ebrei. E le leggi razziali promulgate nel 1938 in Italia, o le leggi simili che privavano gli ebrei dei loro diritti in Germania, Polonia e in altri paesi negli anni Trenta non hanno niente a che vedere con l'antisemitismo moderno? Non hanno avuto responsabilità nel rendere possibile l'Olocausto? Perché padre Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Papa Pio XI nei confronti di queste leggi razziali? Perché non ha detto nulla del fatto che nell'agosto del ’43, dopo la caduta di Mussolini, il Vaticano si oppose ai tentativi di revocare le leggi antisemite in Italia, sostenendo che molti di quei provvedimenti erano in pieno accordo con la dottrina della Chiesa? Il fatto è che dal momento in cui le truppe italiane hanno liberato gli ebrei romani dal ghetto nel 1870, il Vaticano ha continuato ad avvertire tutti coloro disposti ad ascoltarlo, che dare uguali diritti agli ebrei era un errore; a sostenere che gli ebrei erano "una setta del male e volevano danneggiare i cristiani, che agli ebrei interessavano solo i soldi e avrebbero fatto qualsiasi cosa per averli, che gli ebrei controllavano la stampa e le banche, e che gli ebrei erano sempre pronti a vendere il loro paese al nemico". Questa è la triste storia che perfino oggi il Vaticano rifiuta di riconoscere. Finché non lo farà, essa rimarrà una piaga purulenta che nessuna aspra denuncia da parte di studiosi come me potrà sanare. È tempo che la Chiesa presti ascolto alle parole di Giovanni Paolo II: solo guardando in faccia con onestà i peccati del passato possiamo tutti sperare in un futuro più luminoso.


La replica del gesuita della "Civiltà Cattolica":

Altro che "leggenda nera", i gesuiti non furono mai antisemiti

di p. Giovanni Sale S.I.

(Dal "Corriere della Sera" del 28 febbraio 2002)

Gli articoli della "Civiltà Cattolica" che il prof. Kertzer cita nel "Corriere" del 26 febbraio - va precisato per comprenderne il senso - furono pubblicati in chiave anticomunista. La rivista combatté il giudaismo dal punto di vista religioso e successivamente sostenne, come molti cattolici e anche liberali di quel tempo, la tesi del complotto giudaico-massonico-bolscevico contro la società cristiana. Va ricordato però che gran parte dei membri, 17 su 21, del Consiglio dei commissari del popolo creato da Lenin dopo il 1917, cioè il governo del Paese, era costituito da ebrei. Da qui nacque e si consolidò la leggenda del binomio giudaismo-comunismo. È comprensibile quindi che la Chiesa, combattendo il bolscevismo e la dottrina atea che esso sosteneva, attaccasse allo stesso tempo anche il giudaismo. La rivista però modificò poi il suo antigiudaismo, che era cosa ben diversa dall'antisemitismo professato a quel tempo da molti intellettuali di destra e applicato subito dopo dai regimi totalitari. E per impulso di Pio XI, a partire dal 1934, pubblicò alcuni articoli contro l'antisemitismo razziale. Al prof. Kertzer che mi chiede: "Perché il p. Sale non ha detto nulla a proposito del silenzio di Pio XI nei confronti delle leggi razziali?", rispondo dicendo che, com'è noto, "La Civiltà Cattolica" fu l'unica rivista italiana che si oppose, già nell'agosto 1938, alla legislazione razziale emanata da Mussolini il 1° settembre 1938. Del resto anche dal nostro archivio risulta che l'autore degli articoli, il p. Antonio Messineo, fu contattato da un membro del Gran Consiglio del fascismo, il quale gli chiese di scrivere alcuni articoli contro le teorie razziste, che il Duce era in procinto di applicare anche in Italia, con la speranza che essi potessero bloccare il progetto.

Pio XI diede il suo assenso. Dopo che il primo articolo uscì il 4 agosto 1938, la questura di Roma intimò, alla tipografia che stampava allora la nostra rivista, di non pubblicare più scritti contrari alle teorie razziste, pena la chiusura dell'azienda. L'articolo condannava la teoria che riduceva la nazione alla razza, "difesa - scriveva il p. Messineo - con una ostinatezza e un fanatismo ideologico degno di migliore causa e con una povertà di argomenti da tutti gli scrittori che traggono ispirazione dal mito razzista della nuova Germania" ("La Civiltà Cattolica" 1928 III 216).

Qualche mese prima il p. Enrico Rosa (che pure in passato aveva assunto posizioni antigiudaiche, per motivi religiosi) pubblicò sulla rivista un articolo molto forte contro le teorie razziste divulgate in Germania. Egli vedeva come infatuazione o follia collettiva quelle teorie, che volevano esaltare "la stirpe o la razza germanica al di sopra di tutte le altre, come la più perfetta . Laddove tutte le altre stirpi del genere umano sarebbero ad essa inferiori, tutte da posporsi o asservirsi alla "grande Germania", ovvero anche da sterminarsi, come l'ebraica" ("La Civiltà Cattolica" 1938 III 63). Vanno inoltre ricordati gli articoli che "La Civiltà Cattolica" pubblicò dopo l'adozione delle leggi razziali da parte del fascismo, anche in difesa dei "matrimoni misti", cioè tra cattolici ed ebrei; quelle norme erano considerate da Pio XI lesive della dignità umana e, inoltre, del Concordato stipulato dall'Italia con la Santa Sede.

Queste tesi sostenute dalla nostra rivista furono poi riprese da Pio XII già nella sua prima enciclica "Summi Pontificatus". Durante l'udienza del 30 ottobre 1939 Pio XII chiese, al direttore della "Civiltà Cattolica", di tenere presenti negli articoli successivi "gli errori condannati dall'enciclica, in particolare si difenda l'unità del genere umano contro i razzismi". Da questo punto di vista non c'è alcuna contraddizione tra il magistero di Pio XI e quello di Pio XII.

Che la propaganda razzista in Germania e in Europa e le leggi razziali abbiano poi condotto all'Olocausto, come afferma Kertzer, è certamente vero, non vedo però quale legame ci sia tra questo tragico evento del secolo appena trascorso e la responsabilità della Chiesa a questo riguardo, che ha sempre denunciato l'antisemitismo e ha fatto di tutto per salvare da "morte certa" centinaia di migliaia di queste vittime. Sono gli stessi archivi statunitensi a scagionare oggi Pio XII da presunte "colpe" o inconfessate sue "connivenze con Hitler". I dispacci dell'Office of Strategic Services provano invece una realtà diversa. In uno di essi si dice che Pio XII è nemico della Germania, perché "ha ritenuto necessario intervenire a favore degli ebrei", e in un altro si legge: "I tedeschi promisero che il Papa non avrebbe più commemorato la sua incoronazione". Ma Kertzer sembra rimanere legato alla leggenda nera divulgata anche in opere teatrali e cinematografiche.


Pio XII e la Shoah: i lavori della commissione non ripartiranno

La commissione mista indagava sul silenzio di Pio XII sull'Olocausto

(da CNNItalia.it 24 agosto 2001)

CITTA' DEL VATICANO (CNN) -- Nessuna riapertura in vista per i lavori della commissione mista formata da storici ebrei e cattolici per indagare sull'atteggiamento di Papa Pio XII verso la Shoah, lo sterminio degli ebrei da parte dei nazisti. La Santa Sede non ritiene possibile una ripresa delle ricerche "allo stato attuale", anche se ha fatto sapere che nei prossimi mesi "si adopererà" per trovare "i modi adeguati per riattivare la ricerca su nuove basi". Tra numerose polemiche, il gruppo di studio su Pio XII aveva sospeso i lavori lo scorso luglio. Il motivo, a detta degli studiosi, era di non poter giungere a "conclusioni credibili" sull'operato di Papa Pacelli nei confronti degli ebrei durante la Seconda guerra mondiale, senza poter consultare gli archivi della Santa Sede che il Vaticano aveva rifiutato di aprire. L'impasse rimane: la commissione vaticana per i rapporti religiosi con l'ebraismo ha fatto sapere venerdì che riaprirà gli archivi relativi al periodo 1922-1958 quando "sarà ultimato il lavoro di riordino e di catalogazione". Secondo il Vaticano, il clima di reciproca sfiducia e diffidenza ha fatto venire meno le basi per un lavoro scientifico e corretto. Allo stato attuale, quindi, non sembra possibile prevedere "la riattivazione del lavoro comune".

I motivi del dissidio

Gli ebrei hanno contestato al Vaticano di non voler rispondere alle loro domande e di rifiutare l'accesso agli archivi segreti. Dal canto suo, il cardinale Walter Kasper, che presiede la commissione vaticana per i rapporti con gli ebrei, ha ribattuto che il permesso di accedere agli archivi successivi al 1922 "non era mai stato prospettato". La tensione si è acuita e "di fatto", ha dichiarato Kasper, "si è dovuta constatare l'impossibilità di superare le diverse interpretazioni date ai compiti e allo scopo del gruppo". La commissione è stata avviata nel 1999 dal Vaticano insieme al Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose con lo scopo di fare chiarezza sul silenzio di Pio XII, in via di beatificazione, di fronte al piano nazista di sterminio degli ebrei. Dopo un anno di studi erano emersi punti dubbi ed ombre sull'atteggiamento del Vaticano e di Papa Pacelli. Per questo era stato richiesto di poter consultare gli archivi vaticani, in modo da approfondire la questione. Il permesso è stato negato dal Vaticano il 21 giugno scorso. Kasper aveva offerto in alternativa la possibilità di parlare con gli studiosi del Vaticano di Pio XII, e aveva invitato gli storici a cercare le loro risposte in altri archivi. La commissione di studio ha allora deciso di sospendere le ricerche. "Senza una risposta positiva alle nostre aspettative", hanno fatto sapere gli studiosi ebrei e cattolici del gruppo, "per quanto concerne il materiale custodito negli archivi e finora mai pubblicato, noi non possiamo dare credibilità al nostro lavoro." Nessuna schiarita è all'orizzonte, anche se il Vaticano ha fatto sapere di ritenere "comprensibile e legittimo" il desiderio degli storici di poter consultare i testi relativi al pontificato di Pio XII. Gli archivi però rimarranno inaccessibili fino al termine del loro riordino.


Pio XII e Olocausto: Vaticano nega gli archivi, la commissione sospende i lavori

Il silenzio di Pio XII sulla deportazione degli ebrei da parte dei nazisti fu colpevole? Su questo doveva indagare la commissione formata da storici cattoli ed ebrei che ha sospeso i lavori

(da CNNItalia.it 25 luglio 2001)

CITTÀ DEL VATICANO (CNN) -- I lavori della commissione mista di storici cattolici ed ebrei che indagava sul ruolo di papa Pio XII durante l'Olocausto sono stati sospesi. Il gruppo ha gettato la spugna affermando di non poter giungere a conclusioni "credibili" senza l'accesso agli archivi della Santa Sede che custodiscono i documenti sull'attività pontificia durante la Seconda Guerra mondiale, negato dal Vaticano. La commissione congiunta fu creata nel 1999 dal Vaticano e dal Comitato internazionale ebraico per le consultazioni interreligiose proprio per gettare luce sul silenzio di papa Pacelli, in via di beatificazione, di fronte al piano nazista di sterminio degli ebrei. Nell'autunno dello scorso anno, dopo quasi un anno di studi, la commissione aveva steso un rapporto dal quale emergevano una serie di punti "oscuri" sull'operato del Vaticano e in particolare sull'atteggiamento personale di Pio XII. Fu quindi chiesto l'accesso agli archivi papali per un approfondimento. Il 21 giugno scorso è arrivata però agli storici la risposta negativa della Santa Sede. Nella lettera il cardinale Walter Kasper, presidente della pontifica commissione per il dialogo con gli ebrei, offriva alla commissione di avere dei colloqui con gli studiosi del Vaticano di Pio XII e suggeriva di esplorare altri archivi per cercare alcune delle risposte agli interrogativi rimasti aperti. I ricercatori hanno reso nota la decisione di sospendere i lavori in una lettera diffusa alla stampa e firmata sia dai tre storici di fede ebraica sia da quelli cattolici: "Senza una risposta positiva alle nostre aspettative - si legge nella missiva - per quanto concerne il materiale custodito negli archivi e finora mai pubblicato, noi non possiamo dare credibilità al nostro lavoro". Secondo Eugene Fischer, coordinatore per i cattolici della commissione ed esponente della Conferenza episcopale statunitense, il Vaticano ha negato la richiesta degli studiosi di avere accesso agli archivi solo per "motivi tecnici": i documenti datati dal 1923 in poi "semplicemente non sono stati ancora rilegati o catalogati". "Non è in questione 'se' li apriranno, ma piuttosto 'quando' " ha sottolineato Fischer. Ma il coordinatore degli studiosi ebrei resta scettico. Seymour Reich, presidente del Comitato interreligioso, ha detto di essere rimasto "deluso che la Santa Sede abbia respinto una richiesta avanzata da studiosi, metà dei quali cattolici". Il direttore del Congresso mondiale ebraico (Wjc) Elon Steinberg ha definito il rifiuto del Vaticano "una profonda pecca morale" in quanto "ogni Stato europeo, eccetto la Santa Sede, ha aperto i propri archivi sul periodo in questione". "Con profondo dolore - ha aggiunto Steinberg - dobbiamo dedurre che il Vaticano intende mantenere il vergognoso silenzio di Pio XII". Un esponente cattolico della commissione, monsignor Gerald Fogarty, non crede però che il Vaticano stia nascondendo informazioni che potrebbero rallentare il processo di beatificazione di Pio XII. "Ritengo senz'altro che l'apertura degli archivi ci avrebbe consentito di chiarire molti lati ancora oscuri dell'atteggiamento del Papa nei confronti degli ebrei - ha detto Fogarty - ma dubito che ci siano tra i documenti prove compromettenti". Fino ad ora gli esperti della Commissione hanno lavorato solo sugli undici volumi degli "Atti della Santa sede durante la Seconda Guerra mondiale", curati da alcuni padri gesuiti oltre 30 anni fa su incarico dell'allora papa Paolo VI che voleva difendere la memoria del suo predecessore Pio XII dalle "infamanti accuse " di aver tenuto un atteggiamento colpevolmente silenzioso sull'Olocausto. (Ansa e AP)


Ma di ebrei ne salvò molti

Una monografia di Tomielli e un saggio di Gaspari ricostruiscono in tutta la sua generosità l'opera del Pontefice

di Gianfranco Morra (da Libero, 13 maggio 2001)

La figura di Pio XII, il papa della seconda guerra mondiale continua ad essere oggetto degli interessi degli storici. Anche se di cose. in quei terribili 19 anni di pontificato, ne fece tante, l'attenzione verte ancora sul suo discusso atteggiamento nei confronti della questione ebraica, divenuta per opera di Hitler un tentativo di totale genocidio, non a caso chiamato "soluzione finale". Le non poche denigrazioni della figura di Pio Xll furono aperte nel 1963 dal lavoro teatrale "II Vicario" di Hochhuth. Subito pubblicato in Italia da Feltrinelli con l'avallo di un "cattolico" tuttofare come Carlo Bo. Non si tratta mai di opere scritte da ebrei, ma da autori della sinistra filosovietica, che non hanno digerito la scomunica di Pio XII nei confronti dei comunisti. Esse si basano esclusivamente su ipotesi e supposizioni. Il recente studio di Antonio Gaspari, "Gli ebrei salvali da Pio XII" (Edizioni Logos). lascia invece parlare i fatti. Esso raccoglie le testimonianze di gratitudine espresse a Papa Pacelli da uomini del mondo israelitico per la sua opera in favore degli ebrei. Si tratta dei fondatori dello stato di Israele, di rabbini ed ebrei comuni, che ringraziano Pio XII per l'aiuto ricevuto durante la persecuzione. che si è tradotto nella salvezza di migliaia di persone. Che non furono sottratte allo sterminio soltanto dalla iniziativa personale di uomini del clero, ma spesso dietro esplicite richieste del Papa. Le due cose non si escludono, se è vero che Pio XII aveva chiesto ai vescovi di fare tutto il possibile. Il Cardinale Boetto di Genova ne salvò 800, quello di Assisi 300, il cardinale Palazzini (considerato "di destra") ne nascose molti nel Seminario Romano. Cinquantuno ebrei furono ricoverati nell'Istituto Dermopatico "Maria Immacolata" a Roma, dove venivano sporcati con creme diverse. I medici chiamavamo questa malattia inventata "morbo di Kesseiring" e i finti malati cantavano: "Salve Maria, nostra speranza, ai nostri ebrei dona una stanza". Quando, nel 1955, venne celebrato il X anniversario della liberazione, l'Unione delle Comunità Israelitiche proclamò il 17 aprile "Giorno della gratitudine". Per chi? Per Pio XII. Cosa non strana, se si pensa che solo a Roma furono salvati 4.447 israeliti. Questi documenti giustificano il titolo di un libro da poco in libreria: "Pio XII. Il papa degli ebrei" (Piemme), esplicita risposta ad uno studio piuttosto fazioso, comparso l'anno scorso: John Cornwell, "Il papa di Hitler" (Garzanti). L'autore, Andrea Tornielli, è un giornalista, anzi un vaticanista, che riesce a darci una storia autentica e documentata nella forma di un grande reportage. Che ci spiega l'atteggiamento di Pio XII verso gli ebrei ripercorrendo tutta l'attività diplomatica di Pio XII, che fu, come è noto, Nunzio Apostolico in Germania dal 1920 al 1938, prima di diventare Papa nel 1939. L'Autore ci offre con realismo e acutezza un quadro delle difficoltà del Vaticano negli anni in cui Mussolini era alleato con Hitler e. dopo 1'8 settembre 1943, Roma era occupata dai nazisti. Rimproverare a Pio XII di non avere scomunicato Hitler significa fare della retorica a buon prezzo. Quali sarebbero state le conseguenze di un simile atto per i cattolici e per gli ebrei (due religioni che Hitler accomunava nell'odio e nel disprezzo), in quel clima di guerra di sterminio, è facilmente comprensibile. L'unica cosa da fare era di aiutare gli ebrei per mezzo delle strutture della chiesa cattolica. Come di fatto avvenne: i conventi e le parrocchie, i seminari e i santuari divennero il rifugio sicuro non solo di migliala di ebrei, ma anche di antifascisti e comunisti. La scrittrice inglese Barbara Barclay-Carter ha parlato di oltre 40.000 rifugiati. Interessante il caso del rabbino capo di Roma, Israel Zoller (italianizzato in Zolli), un polacco che fu grande studioso della Bibbia e sino al 1938, quando a seguii delle leggi razziali fasciste fu destituito. Divenuto rabbino capo e Roma, venne cercato dalla Gestapo, che mise su di lui una taglia di 300.000 lire, ma inutilmente dato che era ben nascosto pressi una famiglia cattolica. Passata 1a bufera, arrivati a Roma gli americani, Zolli non dimenticò quanti Pio XII aveva fatto per il suo popolo. Il 13 febbraio 1945 ricevette i battesimo (lo seguiranno la moglie e i figli). Ma il fatto più importanti è che egli, come nome di battesimo, scelse Eugenio, proprio per esprimere riconoscenza a Pape Pacelli. In quel momento le persecuzioni cambiarono di segno. Il neocristiano ricevette dai suo ex-correligionari americani allettanti offerte di danaro per farlo rientrare nella sinagoga, ma anche esplicite minacce, per sfuggire alle quali dovette rifugiarsi nuovamente dai cattolici. Visse nella Università gregoriana sino alla morte. La sua "Guida all'Antico e Nuovo Testamento", pubblicata postuma nel 1956, non è solo un classico della esegesi biblica, ma anche la chiave per capire il segreto della sua conversione. I documenti pubblicati da Gaspari e la monografia di Tornielli riescono a gettare nel cestino dei rifiuti le malevole interpretazioni dei nemici di Pio XII. Sappiamo però che la sinistra a un papa può perdonare tutto, ma non di essere stato anticomunista. E Pio XII lo era, non meno dell'attuale. Che non a caso subì l'attentato in piazza S. Pietro (ed è recente la notizia che c'era un progetto di eliminarlo anche durante il suo primo viaggio in Polonia, con il veleno messo nel dolce popolare da lui preferito). Forse il giudizio più convincente rimane tuttavia quello dall'attuale rabbino-capo di Roma, Elio Toaff, che avrà l'occasione storica di ricevere nella sua sinagoga la visita di Giovanni Paolo II. Toaff fu salvato da un sacerdote marchigiano, come raccontò in televisione: "Devo la vita a don Bernardino della Chiesa del Gesù di Ancona. Stavo tornando a casa quando lui mi venne incontro e mi disse che i tedeschi mi aspettavano". Nel 1958, così si espresse: "Più di chiunque altro noi abbiamo avuto modo di beneficare della grande e caritatevole bontà e della magnanimità di Pio XII. durante gli anni della persecuzione e del terrore, quando ogni speranza sembrava esser morta per noi". Una testimonianza che inclina totalmente la bilancia dal papa di Hitler al papa degli ebrei.


Il Congresso ebraico: nuove prove contro Pio XII e il nazismo

(da CNNItalia.it 12 gennaio 2001 )

NEW YORK (CNN) -- Il Congresso ebraico mondiale (Cem) ha reso noto un documento che ritiene mostri il doppio standard morale di Papa Pio XII durante la Seconda guerra mondiale. Il Cem è impegnato in una campagna per impedire che Pio XII venga beatificato. Il documento, di quattro pagine, risale al 1945 ed è la copia di un testo redatto da monsignor Giovanni Battista Montini, che allora era il 'ministro degli esteri' vaticano e che sarebbe poi diventato pontefice con il nome di Paolo VI. Nel testo, consegnato al servizio estero degli Stati Uniti nel 1945, vengono dettagliatamente denunciate violenze compiute dalle truppe sovietiche contro i tedeschi residenti nel settore orientale di Berlino. Tra le altre cose si afferma che i sovietici uccisero centinaia di persone dando fuoco alle loro abitazioni. Elan Steinberg, direttore esecutivo dell'organizzazione ebraica, afferma che la denuncia vaticana dei crimini commessi dai sovietici contrasta con la mancanza di una condanna del genocidio nazista durante la guerra. "In certo senso è un capo d'accusa della doppia morale praticata da Pio XII - ha detto alla Reuters Steinberg - Il Vaticano non ha avuto esitazione nel accusare correttamente i sovietici di atrocità, ma ha tragicamente mancato di fare altrettanto a proposito dell'omicidio di ebrei durante l'Olocausto". A giudizio di Steinberg, il documento redatto da monsignor Montini - considerata la sua alta carica nella gerarchia vaticana - riflette le inclinazioni di Pio XII. Le organizzazioni ebraiche si oppongono alla beatificazione di Pio XII perché ritengono che il suo aver mancato di usare la propria autorità morale pubblica nel denunciare le atrocità del nazismo sia un triste esempio di come l'Europa tradì gli ebrei. La Chiesa ha invece difeso il pontefice affermando che egli lavorò dietro le quinte per salvare gli ebrei e impedire che i nazisti compissero ulteriori atrocità. Pio XII fu Papa dal 1939 al 1958. Secondo Steinberg il documento firmato da monsignor Montini, declassificato dagli Archivi nazionali americani nel 1998, non era finora reso pubblico. L'autunno scorso un comitato composto da tre studiosi ebraici e tre cattolici rese pubblico un rapporto in cui veniva esaminato il ruolo del Vaticano durante l'Olocausto. Gli studiosi affermarono che esistono "prove che la Santa sede fosse ben informata sin dalla metà del 1942 circa il moltiplicarsi di omicidi di massa di ebrei".


"Il Vaticano apra gli archivi" Pio XII, parlano gli storici

Primi risultati della commissione sui rapporti tra Sante Sede e nazismo

(da CNNItalia.it 27 ottobre 2000 )

ROMA (Ansa) -- La richiesta di mettere a disposizione tutti i documenti in possesso del Vaticano, quarantasette punti che analizzano aspetti da approfondire, e la certezza di non dover "difendere né i cattolici né gli ebrei", ma di dover fare gli storici e "rispondere al mandato affidatoci di far luce sulla verità storica". La commissione mista di storici cattolici ed ebrei che ha lavorato per comprendere la posizione di Pio XII e della Santa Sede nei confronti del nazismo, ha presentato un suo rapporto preliminare - in parte anticipato ieri da Le Monde - durante una conferenza stampa tenutasi oggi a Roma. Alla presentazione erano presenti i due coordinatori della commissione - Eugene Fisher, del comitato ecumenico e interreligioso della Commissione episcopale degli Usa, e Seymour Reich, dell'International Jewish Committee for interreligious consultations (Ijcic) - e i sei studiosi, tre cattolici e tre ebrei: Eva Fleischener, il gesuita Gerald Fogarty e il reverendo John Morley, l'esperto di studi sulla Shoah Michael Marrus, Robert Suchecky dell'università di Bruxelles e Robert Wistrich dell'università ebraica di Gerusalemme. Gli storici, che in questi giorni hanno incontrato vari esponenti della Santa Sede, si dicono "fiduciosi" in una risposta positiva del Vaticano alla richiesta di ulteriori documenti, e convinti di poter continuare il loro lavoro. "Non abbiamo ovviamente ancora avuto risposta alla richiesta di ulteriori documenti - ha chiarito Reich - perché la Santa Sede dovrà analizzare il nostro rapporto, e capire come muoversi e non è una cosa che si possa fare in un giorno". "Siamo lontani - ha specificato poi il reverendo Morley - dalla polemica altissima che ha spesso offuscato una serena ricerca: l'ultima cosa che pensiamo è di essere di parte, e di dover difendere qualcosa o qualcuno; siamo coscienti della difficoltà della Santa Sede a definire un giudizio storico su questo tema, e inoltre i documenti possono essere variamente interpretati". La cattolica Eva Fleischner ha chiarito la sua opinione su Pio XII: "Le aspettative sul ruolo che questi poteva giocare contro il nazismo sono molto alte, più che verso qualsiasi altro leader, inoltre papa Pacelli credeva nel ruolo della diplomazia, che pure ha le sue regole e i suoi limiti". "Probabilmente - ha aggiunto - non comprese che per fermare la micidiale macchina distruttiva del nazismo serviva altro che la preghiera e la diplomazia: in questo senso reputo che fu più diplomatico che profeta". La "formazione da diplomatico" di Pio XII e la sua preoccupazione di "difendere in prima istanza la libertà della Chiesa" sono stati ricordati anche da padre Fogarty. Bernard Suchecky ha ricordato che "l'anacronismo è grande nemico della storia: non possiamo applicare alla Santa Sede dell'epoca la visione del mondo che abbiamo oggi". Suchecky ha poi ricordato come "l'antigiudaismo cattolico è stato messo in questione solo dal concilio Vaticano II". Michel Marrus ha invitato invece a distingure tra ''informazione e consapevolezza: le notizie sui misfatti nazisti erano in possesso della Santa Sede come degli altri governi, ma la consapevolezza richiede più tempo". Morley gli ha fatto eco aggiungendo che "nel '42 tutto il mondo era a conoscenza delle deportazioni, e il Vaticano - come gli altri - si chiedeva cosa fare e come farlo, e non parlava". Nessun dubbio da parte della commissione mista, anche dopo gli incontri di questi giorni con i cardinali Cassidy e Laghi e con monsignort Mejia, di poter proseguire serenamente le ricerche. "Sappiamo - ha commentato Fisher - che la Santa Sede rispetta la libertà degli studi e ne sta dando esempio in ogni occasione" (ANSA).


PIO XII Nuove domande per un silenzio

 

Verrà presentato oggi il documento congiunto tra ebrei e cattolici che pone 47 interrogativi su “il Vaticano e l’Olocausto” e chiede un supplemento d’indagine

di Lorenzo Cremonesi (dal Corriere della Sera del 26 ottobre 2000)

CITTA' DEL VATICANO — Doveva essere un passo conclusivo per trovare finalmente la risposta all'annosa polemica sui cosiddetti «silenzi di Pio XII» durante lo sterminio degli ebrei. Ma in realtà il «Rapporto preliminare», che verrà ufficialmente reso noto questa| mattina dalla «Commissione storica internazionale cattolico-ebraica» formata rispettivamente da tre storici di ciascuno dei due campi, evita con cura ogni conclusione per concentrarsi invece su di una lunga lista di domande. Sono interrogativi duri, devastanti. Per esempio: perché il Papa dette la sua approvazione all'antisemitismo di Vichy, purché fosse «amministrato con carità»? Oppure, come mai la Santa Sede si oppose all'emigrazione dei bambini ebrei in Palestina, ben sapendo che se fossero rimasti in Europa sarebbero finiti nelle camere a gas? E ancora: come rispose Pio XII alla richiesta di condanna dello sterminio che giunse più volte in toni disperati dallo stesso vescovo di Berlino, Konrad Von Preysing? E' una lista di ben 47 domande in sole 22 pagine di testo (col titolo Il Vaticano e l'Olocausto), che solleva questioni centrali e profondissime, destinate certo non a calmare il dibattito, ma semmai a rilanciarlo con intensità ancora maggiore. Con un unico punto fermo: occorre che la Santa Sede accetti di aprire i suoi archivi per ulteriori ricerche. «In Vaticano speravano di poter arrivare a un documento conclusivo che tutto sommato confermasse la validità degli 11 volumi di documenti diplomatici della Santa Sede per il periodo 1939-45 pubblicati dal 1965 ai primi anni Ottanta. Forse si auguravano che avrebbe dato la luce verde al processo di beatificazione di Papa Pacelli. Ma, dopo la nostra ricerca, i dubbi sono più fitti di prima», osserva Robert Wistrich, docente all'università di Gerusalemme e componente della parte ebraica della Commissione assieme a Michael Marrus, esperto di studi sull'Olocausto negli Stati Uniti, e a Bernard Suchecky, docente a Bruxelles e autore di un volume su Pio XI e la sua nota condanna dell'antisemitismo nazista. Da parte cattolica vige grande cautela. Un atteggiamento sottolineato ieri sera dal nervosismo che prevaleva nei corridoi della «Domus Sancta Marthae», la residenza all'intemo della Città del Vaticano dove sono alloggiate le due commissioni. «Voglio ricordare che il nostro lavoro è iniziato circa un anno fa con la massima armonia per cercare di rispondere a dilemmi difficili. E questa armonia prevale tuttora», sottolineano i tre storici: Eva Fleischner, docente nel New Jersey, il reverendo Gerard Fogarty, professore di studi religiosi in Virginia, e padre John Morley, a sua volta docente della materia e autore di un libro «pionieristico» negli anni Settanta sulla Chiesa e il nazismo. La cautela non riesce comunque a nascondere le difficoltà. La Santa Sede mira a minimizzare l'importanza della cosa, tanto che vorrebbe persino evitare la conferenza di presentazione del documento. «La commissione ha dimostrato un positivo apprezzamento per la documentazione che è stata messa a disposizione dagli archivi», ha dichiarato il portavoce vaticano, Joaquin Navarro Valls, riferendosi al permanere della validità degli 11 volumi di documenti diplomatici. Ha però anche ammesso che si «aprono una serie di questioni che, secondo gli esperti del gruppo, necessitano di ulteriore documentazione». Cosa significa? «Forse la Chiesa aprirà i suoi archivi?», si chiedevano tra loro gli ebrei. Ufficiosamente in Vaticano si suggerisce che un compromesso potrebbe condurre alla visione dei documenti citati negli 11 volumi, ma non riportati per intero. E' sufficiente? «Proprio no. Noi abbiamo rispettato il nostro mandato che un anno fa ci ha portato a studiare gli 11 volumi già pubblicati — risponde la controparte in un punto del comunicato stampa che verrà reso noto oggi —. E abbiamo cristallizzato una serie di domande a cui attendiamo risposta». Eccone alcune: «Perché i silenzi?». Nel 1937 Eugenio Pacelli è Segretario di Stato, gioca un ruolo trainante nell'enciclica «Mit brennender Sorge» voluta da Pio XI per condannare le dottrine razziali naziste. Per capire di più sul pensiero del futuro Papa occorre avere accesso ai documenti preparatori di quell'enciclica. Nell'agosto 1941 il maresciallo Pétain chiede il parere della Santa Sede sul progetto di legislazione antiebraica. «La risposta affermativa giunge per mano del sottosegretario di Stato vaticano, Giovanni Battista Montini e di Domenico Tardini, segretario della Congregazione per gli Affari ecclesiastici straordinari, nella quale si dichiarava che non vi era alcuna obiezione a questa legislazione, sempre che venisse amministrata con giustizia e carità e non limitasse le prerogative della Chiesa». «Il Papa fu consultato?». Alla fine dell'agosto 1942, il Metropolita greco cattolico di Lvov, Andrzeyj Szeptyckyj scrive al Papa descrivendogli in dettaglio i massacri di massa tra la popolazione locale ebraica. I particolari sono raccapriccianti, con dovizia di testimonianze dirette. Egli suggerisce persino che il Papa protesti personalmente presso Himmler e denuncia la «cooperazione di alcuni cattolici» con i soldati delle SS nei pogrom in Ucraina. «Dove si possono trovare le risposte del Papa, o almeno prove di una discussione sul tema in Vaticano»? Il cardinale e vescovo di Cracovia, Adam Sapieha, la cui diocesi comprendeva anche Auschwitz, in una lettera di febbraio 1942 al Papa racconta delle persecuzioni naziste contro la popolazione polacca. Ma non fa alcun accenno agli ebrei, «sebbene senza dubbio sapesse ciò che stava accadendo nel grandi campo di sterminio a pochi chilometri da casa sua». «Esistono altre sue comunicazioni non pubblicate che invece riguardano gli ebrei? Si può conoscere di più sulle comunicazioni tra Vaticano e diocesi polacche? E ancora: come reagì il Vaticano davanti alla distruzione delle sinagoghe la "notte dei cristalli" del 1938: quali furono i rapporti tra Santa Sede e governo croato di Ante Pavelic, che pure fu uno dei più feroci "manovali" della "soluzione finale"?». Sull'ambiguità dei «cattolici non ariani» seguono interrogativi di carattere più generale. «E' possibile avere accesso a documenti che ci illustrino quale era la visione del Papa sulla Chiesa e il suo ruolo durante la guerra?». E non manca una punta di polemica contro le continue richieste che emergono dai documenti vaticani già pubblicati circa il principio per cui si doveva intervenire per salvare quelli che venivano definiti «cattolici non ariani», come erano chiamati gli ebrei convertiti. Il Vaticano chiede infatti che si verifichi l'autenticità di quelle conversioni prima di offrire il proprio intervento. Da dove veniva una terminologia tanto ambigua? Come riflette i modi di pensare della Chiesa nei confronti degli ebrei? Più in generale la commissione di storici chiede di poter avere accesso ai diari privati, le corrispondenze personali, i documenti che non si trovano unicamente negli archivi della Segreteria di Stato. «Per uno studio più attento si deve comprendere come funzionava la macchina della Segreteria di Stato nel suo insieme durante l'Olocausto», aggiunge Wistrich. Si vorrebbe tra l'altro avere accesso alla corrispondenza tra l'allora segretario di Stato, cardinale Luigi Maglione, e Pio XII. «In ultima analisi solo apertura e trasparenza potranno portarci a un giudizio storico più maturo», conclude il documento. «E sarebbe una pietra miliare per porre fine a interrogativi trentennali e migliorare le relazioni tra cattolici ed ebrei».


PIO XII: la psicologia del silenzio consapevole

di Dario Fertilio (dal Corriere della Sera del 18 aprile 2000)

Un uomo solo, tormentato dal dubbio, chiuso nella sua torre d'avorio vaticana ma anche in una prigione psichica da cui non riusciva a evadere. E' questo il Pio XII che emerge dalle pagine di Giovanni Miccoli: I dilemmi e i silenzi di Pio XII è uno studio che coglie Papa Pacelli da un'angolazione inedita, più mentale che documentaria. Ed ecco ripresentarsi l'interrogativo di fondo: Pio XII sapeva della Shoah, la strage degli ebrei a opera dei nazionalsocialisti? Era, e fino a che punto, colpevole di connivenza con Hitler? Prima di rispondere a questa cruciale domanda, Miccoli si preoccupa di sottrarsi all'interminabile disputa degli ultimi decenni: da quando venne polemicamente raffigurato in teatro come «II Vicario», nel 1963, Papa Pacelli è diventato segno di discordia. Davvero sapeva tutto sull'olocausto degli ebrei e non volle rivelarlo, secondo l'accusa del drammaturgo Rolf Hochhuth? Oppure non poteva parlare, perché altrimenti avrebbe messo a repentaglio milioni di vite umane, come hanno sempre sostenuto i suoi difensori (e più che mai oggi, con un processo di beatificazione in corso?).

La risposta di Miccoli all'interrogativo principale è affermativa: Pio XII certamente sapeva, come risulta dai rapporti compilati dalla sua segreteria di Stato e da espliciti riferimenti dei delegati apostolici all'estero (importante, ad esempio, quello di monsignor Roncalli nel luglio '43 ai «milioni di ebrei inviati e soppressi in Polonia»). Del resto, il famoso messaggio di Natale del 1942, in cui Pio XII «deprecò e compatì» le persecuzioni razziali senza però esplicitamente condannarle, se prova da un lato una opposizione al nazismo, conferma la conoscenza, almeno per grandi linee, degli orrori che si stavano commettendo nell'Europa Orientale. Il Papa, dunque, non poteva non sapere, anche se probabilmente gli sfuggivano i particolari sugli orrori di Auschwitz e l'entità numerica dell'Olocausto (ma due milioni di morti non erano certo meno condannabili di sei).

Miccoli però ci lascia intendere che una cosa è sapere, un'altra agire. Il Papa che emerge dalle sue pagine è prigioniero di un ambiente impreparato ad affrontare l'enormità dell'Olocausto. Per motivi anzitutto di tradizione culturale: il Vaticano si aggrappava ancora al sogno di un'Europa cristiana, disposta ad ammettere il primato spirituale del Pontefice. Respingere in blocco la modernità, dunque, significava contrapporsi alla perversa genealogia rivoluzionaria che veniva ricondotta a Lutero e fatta risalire via via all'illuminismo, alla massoneria, alla rivoluzione francese, al liberalismo e al socialismo: tappe di un progressivo distacco dell'uomo da Dio.

Come logica conseguenza di questa visione ottocentesca del ruolo pontificio, Pio XII riteneva di dover mantenere un ruolo di «riserbo» e una posizione «sopra le parti» nei confronti di tutti, Germania compresa. Un coinvolgimento diretto, infatti, sarebbe stato incompatibile con la missione di portatore della civiltà cristiana, e avrebbe reso meno credibile qualsiasi opera di mediazione. Con un'eccezione, tuttavia: il comunismo. A differenza del Reich hitleriano, l'Unione Sovietica veniva ricondotta senza eufemismi al campo nemico della cristianità. Miccoli rileva questa duplicità di atteggiamento attraverso i notiziari dell'Osservatore Romano: le violenze commesse dai comunisti, nei territori di occupazione sovietica, venivano documentate e denunciate nei particolari, mentre le atrocità nazionalsocialiste erano pudicamente minimizzate. Naturalmente, contava la preoccupazione del Papa per i quaranta milioni di cattolici tedeschi: infrangere la linea di neutralità avrebbe significato esporli a probabili ritorsioni da parte di Hitler.

Ma anche tenendo conto di queste legittime cautele, come spiegare il «doppiopesismo» di Pio XII, visto che dalla Germania veniva uno stillicidio di denunce da parte dei cattolici: violazioni del Concordato, soprusi, spoliazioni, manomissioni di chiese, seminari e conventi, scioglimenti di associazioni cattoliche. Anche qui Miccoli si avventura sul terreno psicologico, parlando di una «speranza contro ogni speranza», tenacemente nutrita dal Vaticano e forse indirizzata all'auspicabile futuro di una Germania postnazista. Ma colpisce anche la descrizione di quel «velo», quella specie di «fascinazione autoritaria» che il Papa e i suoi collaboratori avrebbero subito al cospetto dei funzionali del Reich: impeccabili, aristocratici, autoritari essi sembravano incarnare quel ruolo di «baluardo» nei confronti del caos bolscevico cui Pio XII credeva fermamente. Un abbaglio colossale, spiegabile appunto con l'incapacità culturale di capire il totalitarismo novecentesco. Qui però, nell'anticomunismo elevato a ideale, risalta anche una dimensione differente di Pio XII: quella politica. Il Papa sentiva l'incombere della minaccia sovietica tanto più pericolosa, in quanto le potenze occidentali di antica cultura cristiana si sarebbero dissanguate nella guerra. Con in più una considerazione non priva di suggestione: se avesse condannato apertamente il nazismo, avrebbe dovuto fare altrettanto con il comunismo. Ma allora avrebbe messo in imbarazzo proprio gli occidentali, che guardavano a Mosca come a una preziosa alleata contro Hitler.

E così, fra angosce e contatti segreti, si consumò il «silenzio» del Vicario. Anni terribili, destinati a lasciare aperti interrogativi pesanti. Miccoli non pronuncia una sentenza di condanna, né di assoluzione. Quanto a Pio XII, la sua figura appare più che mai quella di un uomo che, se tacque, portò su di sé il peso di quel terribile silenzio.

II saggio: Giovanni Miccoli, «I dilemmi e i silenzi di Pio XII», Rizzoli, pagine 570, lire 38.000

Ma perché Golda Meir e il rabbino Toaff lo consideravano un servitore della pace?

di Michele Brambilla (dal Corriere della Sera del 18 aprile 2000)

Secondo Giorgio Rumi, docente di storia contemporanea alla Statale di Milano, e c'è un mistero nelle accuse contro Papa Pacelli. «Fino al 1963 - dice Rumi -, fino al dramma teatrale II Vicario, molti esponenti del mondo ebraico avevano più volte ringraziato Pio XII per il suo comportamento nella seconda guerra mondiale. Poi, sono arrivate le accuse di "silenzi", se non addirittura di complicità. Perché? Perché la storiografia è cambiata? E' una domanda che rimane aperta».

Per capire la portata di questa inversione di tendenza, è utile rileggere cosa scrissero alcuni rappresentanti del mondo ebraico il 9 ottobre 1958, alla morte di Pacelli. Sono i messaggi che allora vennero diffusi pubblicamente, ma che oggi sembrano dimenticati. Si possono ritrovare, fra l'altro, nel libro Nascosti in convento di Antonio Gaspari (Ancora, pp. 139, L. 20.000). Qualche esempio. Scrisse Golda Meir, ministro degli Esteri di Israele:

«Condividiamo il dolore dell'umanità per la morie di Sua Santità Pio XII. [...] Durante il decennio del terrore nazista, quando il nostro popolo è stato sottoposto a un terribile martirio, la voce del Papa si è levata a condanna dei persecutori e a pietà per le loro vittime. [...]Noi piangiamo un grande servitore della pace».

Il rabbino Jacob Philip Rudin, presidente della Centrale Conference of American Rabbies, scrisse: «La Conferenza centrale dei rabbini americani si unisce con profonda commozione ai milioni di membri della Chiesa cattolica romana per la morie del Papa Pio XII [...] una voce profetica per la giustizia dovunque». E il rabbino capo di Londra, Brodie: «Noi della Comunità ebraica abbiamo ragioni particolari per dolerci della morie di una personalità la quale, in ogni circostanza, ha dimostrato coraggiosa e concreta preoccupazione per le vittime della sofferenza e della persecuzione». E infine Elio Toaff, rabbino capo di Roma: «Più di alcun altro abbiamo avuto occasione di sperimentare la grande compassionevole bontà e magnanimità del Papa durante gli anni infelici della persecuzione e del terrore, quando sembrava che per noi non ci fosse più alcuno scam pò». Così si diceva nel 1958. E ancora nel 1967, nel suo libro Three Popes and the jews, lo storico Emilia Pinchas Lapide, già console generale di Israele a Milano, scriveva: «La Santa Sede, i nunzi e la Chiesa cattolica hanno salvato da morie certa tra i 700.000 e gli 850.000 ebrei». Eppure, su Pio XII oggi infuria la polemica.


Pio XII voleva abdicare, ma resistette alla malattia

(da Il Giorno 12 gennaio 2000)

CITTA' DEL VATICANO — Pio XII, scomparso il 9 ottobre 1958 dopo diciannove anni di pontificato, fu sul punto di lasciare il trono di San Pietro. Accadde nel 1954, quando le condizioni di salute del pontefice (che da tempo soffriva di una grave malattia allo stomaco), si aggravarono improvvisamente. E ai suoi più stretti collaboratori, Eugenio Pacelli fece presente di essere pronto ad abdicare nel caso in cui non avesse trovato giovamento dalle cure. Ad accertare la volontà del pontefice di dimettersi sono stati i vari processi canonici istruiti durante la causa di beatificazione di Pio XII, avviata da papa Paolo VI nel 1965. Più testimoni, tutti stretti collaboratori vaticani di Pio XII, hanno testimoniato sotto giuramento la volontà di Pacelli di lasciare la guida della Chiesa nel caso in cui le sue condizioni fisiche non gli avessero più consentito di reggere il peso delle enormi responsabilità. Lo ha rivelato padre Peter Gumpel, relatore della causa che dovrebbe portare Pacelli all'onore della gloria degli altari, precisando però che gli atti non sono ancora di dominio pubblico.


Morto il gesuita Robert Graham, storico del Vaticano

Di Luigi Accattoli (Dal Corriere della Sera del 14 febbraio 1997)

E' morto padre Robert Graham: storico gesuita, forse il miglior conoscitore degli archivi diplomatici riguardanti la Seconda guerra mondiale. Ha passato un ventennio nell'Archivio vaticano, dove ha raccolto (insieme con altri tre storici gesuiti: Angelo Martini. Pierre Blet e Burkhart Schneider) un immenso materiale che ha pubblicato in undici volumi intitolati Actes et documents de la Sainte Siege relatift a la seconde guerre mondiale. Inoltre padre Graham ha compiuto missioni esplorative negli archivi di Usa. Gran Bretagna. Germania, Francia e Russia, scrivendone per un trentennio sulla rivista dei gesuiti Civiltà cattolica. Alto. magro e burlone, padre Graham ha giocato sempre in difesa per obbedienza ai superiori, ma di suo avrebbe avuto piuttosto lo spirito dell'incursore. Cercava documenti in difesa della Chiesa, ma non nascondeva ciò che trovava anche se risultava utile alla polemica anticattolica. Nato a Sacramento, in California, nel 1912 fu chiamato a Roma nel 1966 dal pontefice Paolo VI. che gli affidò quella ricerca sulla Santa Sede durante la Seconda guerra per rispondere alle accuse lanciate in un dramma di Rolf Hochhuth, Il Vicario, sul "silenzio" di Pio XII di fronte allo sterminio degli ebrei. Negli Stati Uniti lo storico gesuita era tornato il giugno scorso.


 

1939, scontro in Vaticano su Hitler

IL CASO. Ritrovata in Francia un'enciclica di Pio XI contro le leggi razziali

Di Gianni Marsilli (Da l’Unità del 4 ottobre 1995)

PARIGI. Uno dei grandi misteri di questo secolo riguarda l'atteggiamento della Chiesa cattolica rispetto all'antisemitismo. I silenzi di Pio XII sull'Olocausto, l'antigiudaismo religioso, il privilegio attribuito al nazifascismo per la sua funzione anticomunista e il rifiuto di aprire a storici e ricercatori l'accesso alle fonti sono ancora una cortina fumogena sulla vera storia del Vaticano negli anni '30 e '40, A gettare un fascio di luce, il più importante finora, arriva un libro-inchiesta (L'Encyclique cachée de Pie //, ed. La Découverte) redatto con mille fatiche da due storici belgi: Bernard Suchecky, docente a Bruxelles e a New York, e Georges Passelecq, monaco benedettino, ex-deportato, segretario della Commissione cattolica belga per i rapporti con il giudaismo. I due ricercatori hanno lavorato per dieci anni attorno all'enciclica "nascosta", quell'enciclica che Pio XI commissionò nel '38 a tre gesuiti e che avrebbe dovuto trattare proprio del razzismo e dell'antisemitismo, sotto il titolo Humam generis unitas, e che non vide mai la luce Pio XI morì nel '39 e il suo successore Pio XII tenne l'enciclica ben chiusa nel cassetto. Si potè leggerne qualche stralcio solo nel '70 sull'americano Nationai Catholic Reporter, poi più nulla. Il merito principale dei due storici belgi è di avere reperito, in versione francese, un testo integrale microfilmato negli Stati Uniti e di renderlo finalmente pubblico. Nel '38 il cardinale di Vienna lnnitzer accoglieva a braccia aperte Hiller nell'Austria annessa e la Germania nazista si apprestava ad invadere Cecoslovacchia e Polonia. Pio XI aveva già manifestato lei sua profonda inquietudine per l'aggressività dei nazional-socialismo. In precedenza aveva definito il comunismo come "intrinsecamente perverso", ma si era accorto da un pezzo che nazismo e fascismi i portavano in sé i germi mortali de! razzismo e dell'antisemitismo e che nessuna lotta al bolscevismo poteva più giustificare compiacenze verso i disegni hitleriani. Avvertiva, per la Chiesa, l'esigenza di riaffermare il principio evangelico del rispetto per l'uomo, ogni uomo di qualsiasi razza e colore. Aveva confidato la sua angoscia a un gesuita americano, John La Farge, in un colloquio il 22 giugno del '38. La Farge era uno specialista della questione razziale negli Stati Uniti e Pio XI. già ottantenne, gli affidò la redazione dell'enciclica. Per prepararla La Farge si avvalse del contributo di altri due gesuiti: il tedesco Gustav Gundiach e il francese Gustavo Desbuquois, ambedue specialisti di dottrina sociale della Chiesa. Lavorarono tre mesi, e consegnarono il frutto delle loro fatiche al loro superiore a Roma, il padre Wladimir Ledochowski, perché lo facesse pervenire al Papa. Ma il notabile gesuita perse tempo, ordinò un "supplemento d'istruttoria". Il 10 febbraio del '39 Pio XI morì: aveva visto l'enciclica? Sì. dissero le gerarchie gesuite ai tre redattori due mesi dopo, ma il suo successore non aveva avuto ancora il tempo di leggerla. I tre sentono odor di insabbiamento, parlano di "sabotaggio" malgrado il dovere di riserbo e obbedienza. Un Papa non è vincolato dai progetti del suo predecessore. E Pio XII, che aveva scambiato calorosi messaggi con Hitler, lasciò nell'ombra l'enciclica voluta da Pio XI. L'enciclica condannava in termini durissimi l'antisemitismo "razziale", e implicitamente le leggi speciali vigenti in Germania e in Italia, in nome "dell'unità del genere umano". Conservava invece l'antigiudaismo religioso proprio della Chiesa cattolica, citando San Paolo e tutta la teologia della "sostituzione" a cominciare da quella del Nuovo Testamento al posto del Vecchio. Manifestava infine tolleranza per l'antigiudaismo "sociologico", vale a dire il diritto di "combattere con mezzi morali e legali" l'influenza del "giudaismo economico e intellettuale", come aveva scritto il Padre Gundiach già nel 1930 in un articolo. L'enciclica va collocata nel contesto di quella vigilia di guerra. La condanna da parte del Vaticano delle leggi antiebraiche avrebbe avuto grande risonanza e avrebbe risvegliato molte coscienze addormentate. Hitler e Mussolini avrebbero dovuto far fronte ad una difficoltà in più, e non certo delle minori. Ma Pio XII, per il quale il bolscevismo restava il vero nemico da arginare e abbattere, ritenne di celare l'enciclica. A dire il vero ne utilizzò ampi stralci nella sua prima enciclica nell'ottobre del 39, la Summi pontificatus. Ma la epurò di ogni riferimento all'antisemitismo e agli ebrei.