5. Classe 4 C (Pro - Contro)

 

 
   
  Pensieri a favore  
 

L'invenzione indispensabile

Fin da piccola ho sempre dato per scontato che la nostra società fosse basata su alcune regole accettate collettivamente e dettate dal comune buonsenso, pur non avendole mai collegate neanche per idea a dettami divini, a pretese di un'autorità superiore. Sono cresciuta nella convinzione, quella appartenente alle persone che mi circondavano, che non esistessero Dei o entità assolute superiori all'uomo, eppure ho interiorizzato profondamente il senso etico, la morale del "si deve" e del "non si deve fare".

Non so come sia successo, forse è normale accettare una morale, anche generica e poco motivata, quando si è piccoli e ancora privi di proprie idee, ma adesso, cresciuta e armata a combattere contro ogni sorta di preconcetto e ingiustizia, comincio a mettere in discussione l'infallibilità di certi dogmi, certe norme sociali che ho sempre seguito istintivamente.

Capisco che ho bisogno di un motivo, di una spiegazione convincente per seguire molte di quelle regole e probabilmente, anche se lì per lì mi sembra di aderire alla morale comune per un immotivato senso del dovere, lo faccio perché sono abituata a credere in una regola che non ha bisogno di alcuna spiegazione, ossia il rispetto verso le persone. Veramente anche questo principio richiede un motivo, ma trova un'argomentazione immediata nel pensiero verso noi stessi, verso il nostro io e a come potrebbe essere danneggiato o distrutto dall'azione di qualcun altro. Il pensiero del mio io danneggiato in qualsiasi modo mi suscita sentimenti così tremendi che mi impone di evitare di provocare sensazioni simili in qualunque altra persona.

Ma è possibile che anche questa idealizzazione del rispetto non sia altro che l'identificazione della divinità in qualcosa che mi consenta di considerarmi atea: credo che la verità sia che tutti abbiamo bisogno di credere in qualcosa di ideale, utopistico, immune ai limiti della realtà terrestre, esigenza dovuta alla consapevolezza della limitatezza della nostra stessa intelligenza, e che quindi in fondo l'etichetta di "atea", che spesso mi autoattribuisco con una certa presunzione, non significa, come è quasi universalmente riconosciuto, "non credente", bensì' "credente in qualcos'altro"; ateo è qualcuno che individua in un principio diverso da quello della mente onnipresente e onnisciente il fine ultimo. Nel mio caso il principio in questione sarebbe la necessità di rispettare le persone allo stesso modo in cui io vorrei essere rispettata.

L'adesione collettiva a questo principio credo annullerebbe ogni possibilità di sviluppo del cosiddetto "relativismo etico", in altre parole se tutti individuassero il motivo delle proprie azioni nel "tratta gli altri come vuoi che loro trattino te", penso verrebbe a crearsi uno standard etico piuttosto uniforme, rari casi di masochismo a parte.
Mi rendo conto però che una società basata su ideali così astratti non è altro che un castello in aria e che bisogna ritornare coi piedi per terra e lasciare le utopie nel mondo dell'Iperuranio: in una società come quella di cui facciamo parte, al cui interno a quanto pare è impossibile mettere tutti d'accordo su questa mia regola, per elementare che sembri, non possiamo che tollerare, anzi incoraggiare, pur non essendo obbligati a condividere, le credenze in esseri divini, se portano al risultato di far condurre all'uomo una vita rispettosa degli altri. In parole povere e anche un po' terra a terra il credente è un individuo che, dal punto di vista morale, è sicuramente "comodo" per gli altri membri della società, mentre il cosiddetto ateo è comodo solo se, pur non credendo nelle ricompense e nelle punizioni divine, ha fede in un principio che, come il mio che si basa sul rispetto, lo porta a comportarsi civilmente nei confronti dei suoi simili.

Cambierebbe sì, quindi, la vita concreta, se non esistessero miliardi di persone che hanno fede in un Dio, ma credo allo stesso tempo che sia un'inevitabile, necessaria conseguenza della formazione di una società, la credenza, almeno di una parte dei suoi membri, in un'autorità scrutatrice e imperscrutabile perché questa fede non è altro che un fantastico pretesto, inventato a fin di bene, per convivere pacificamente.

È bello anche non crederci, ma, consci dell'importantissima funzione che questa credenza svolge, ringraziare che tanti altri ci credano.

Linda Fava


Commento su una massima di Dostoevskij

"Se Dio non esiste tutto è permesso ". Mi è difficile affermare se questa citazione sia vera o falsa; da una parte mi verrebbe da pensare che anche se non esistesse la società sarebbe, comunque, regolata da leggi: esse permetterebbero di frenare gli egoismi individuali e, dunque, la volontà di ciascuno di fare ciò che desidera; dall'altra parte credo che senza la presenza di convenzioni, ispirata all'esistenza divina, ognuno sarebbe padrone di se stesso e farebbe ciò che vuole.

Se tutto è relativo allora lo sono anche l'idea di bene e di male; credo, infatti, che ognuno di noi, se non esistesse alcun Dio, riuscirebbe a distinguere l'uno dall'altro solo perché gli è stato inculcato dalla nascita da qualcun altro. Perché molti bambini già all'età di cinque anni si ritrovano in mano, invece di un giocattolo, un fucile? Forse perché qualcuno li ha convinti del fatto che sia giusto combattere, di uccidere il nemico per il bene della patria.

Non so. Credo che il relativismo etico abbia un'accezione del tutto negativa e che non debba essere diffuso. Penso, anche, che imporre con la forza le proprie idee per riuscire a seminarlo non sia del tutto giusto.

Chiara Righi


Se Dio non esiste…

Nel romanzo "I fratelli Karamazov" Dostoevskij riunisce tutti i temi che negli anni precedenti lo avevano particolarmente affascinato. In particolare nei suoi romanzi principali analizza il mondo interiore dei personaggi senza però perdere di vista l'oggettività del mondo reale. Il problema che lo attirava maggiormente era quello del male morale, della volontà del male nell'uomo. La sua tipica modalità di scrittura consisteva nel porre i problemi piuttosto che ricercare le loro soluzioni affinché il lettore ne prendesse consapevolezza.

L'affermazione "se Dio non esiste tutto è permesso" è plausibile, e cioè vera, per coloro che ritengono vuota una vita non finalizzata all'esistenza di Dio. La convinzione dell'esistenza di una divinità rappresenta per l'uomo un elemento di affermazione dei valori etici che regolano la propria esistenza. Coloro che si dichiarano atei identificano i valori morali con i principi etici dello stato politico come entità che regolamenta la propria esistenza.

Ritengo che alcuni principi legati alla valorizzazione del rispetto, della persona, della vita e della natura coincidano molto e sovrappongano principi religiosi con i principi dello stato (inteso come costituzione).

Penso che il bene sia fondato su una coscienza arricchita dallo studio, dalla cultura, dagli insegnamenti educativi impartiti dalla famiglia, dal proprio credo religioso e da esperienze vissute positivamente. Il fondamento del male sta in una coscienza non cresciuta, in una carenza educativa, in una mancata condivisione di esperienze positive, nella mancanza di un aiuto nell'affrontare problemi, nel prevalere della materia sullo spirito e dell'avere sull'essere.

Colui che vive nel bene ama se stesso e gli altri, chi vive nel male odia se stesso e il male in maniera più o meno consapevole. Credo che il realismo etico consista nella diversa applicazione dei principi morali, storici, sociali e culturali in cui l'uomo è inserito; pertanto sia il bene che il male assumono diverso valore in relazione al diverso contesto. A mio parere la pericolosità del relativismo etico è un problema sociale che si potrebbe "sminare" costruendo una società orientata al raggiungimento di obiettivi, alla rivalorizzazione dell'uomo come entità spirituale e alla presa di coscienza di ciò che significa essere.

Ritengo che Dio serva a creare una condizione di tensione verso ciò che è bene per l'uomo, a contenere istintività ed impulsi non razionale ad elevare lo spirito verso ciò che l'uomo considera santo e trascendente. Dio serve soprattutto a porre l'uomo non al centro dell'universo in maniera statica e individualistica, ma a porlo al centro di se stesso per poter riflettersi in Dio.

Diletta Rumpianesi

 
     
 

 

 
  Pensieri contrari  
 

Dio e il bene


"Se Dio non esiste tutto è permesso" scrive Dostoevskij.
In realtà ritengo che l'uomo si comporti correttamente non per il timore dell'esistenza di un assoluto ma piuttosto poiché è provvisto di coscienza.

A questo punto si potrebbe obiettare poiché comunque la coscienza è un aspetto fortemente legato a Dio e alla religione.
In realtà la coscienza è razionalità, capacità di pensare al bene e male e di scegliere il bene.

Ora dobbiamo chiederci cosa rappresentano in fondo il bene e il male.
Pensando al bene il più delle volte rimandiamo la nostra mente all'idea del Paradiso, ma ipotizzando l'inesistenza di Dio anche il Paradiso non dovrebbe esistere.

Allora cos'è il bene?
L'agire bene deriva dal fatto che l'uomo non è solo al mondo ma è circondato da una società.
Quando ancora nella preistoria l'uomo pensava a se stesso e si curava solamente del proprio sostentamento non si chiedeva se stesse agendo bene o male e ciò accadeva proprio perché non doveva relazionarsi con nessuno.

Nel corso della storia l'uomo si è organizzato in tribù, villaggi, città, e si è creato una società.
A questo punto l'uomo non è più un individuo, un essere solo, ma piuttosto è una piccola parte di un immenso puzzle e sarà questo che lo porterà ad agire bene.
Non abbiamo però ancora spiegato cosa sia il bene.
Bene, dunque, significa "secondo natura", cioè comportarsi bene significa agire secondo la natura dell'uomo che lo porta a relazionarsi con gli altri.
L'uomo dunque agisce bene quando, pur cercando di soddisfare le proprie esigenze, non danneggia le persone che lo circondano.

Se Dio non esistesse la società quindi non cambierebbe così profondamente: mancherebbe sì ogni riferimento religioso ma comunque l'uomo sarebbe lo stesso animale dotato di ragione.
Con questo desidero solo sostenere che in fondo l'uomo vive in una società cristiana o atea e che in ogni modo anche gli atei si comportano bene, pur non credendo nell'esistenza di un dio.
Dio ha scritto nei suoi comandamenti "non uccidere" e un ateo, pur non credendoci, ritiene in ogni modo che uccidere non sia bene.

Non è dunque la religione che lo spinge, ma piuttosto la sua ragione.
Con ciò non voglio di certo affermare che la presenza di Dio sia superflua, desidero solamente dire che comunque l'uomo è dotato di questa capacità di scegliere tra bene o male senza necessariamente pensare a Dio.
Allora ci si chiede, a cosa serve Dio?

Beh, Dio è un sostegno per l'uomo, un aiuto.
L'uomo risulta impotente di fronte alla vita e alla morte, ma Dio lo aiuta ad andare avanti, lo conduce lungo il cammino, come Virgilio fa con Dante nella Divina Commedia.

Laura La Musta