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La Passione di Cristo

In occasione dell'uscita in Italia dell'ultimo film di Mel Gibson "La passione di Cristo" proponiamo in anteprima la recensione di Vincent Nagle, missionario della Fraternità S. Carlo Borromeo a Boston.

Quando sono uscito dal cinema dopo aver visto per la prima volta il nuovo film di Mel Gibson, mi è tornato alla mente un episodio che un giorno don Massimo ci ha raccontato. Riguardava Papa Paolo III Farnese. Quando Michelangelo terminò di dipingere Il giudizio universale nella Cappella Sistina, il Papa, durante la processione con cui comincia la celebrazione della messa, poté dare un primo sguardo alla rappresentazione del giudizio finale. Ne rimase letteralmente sconvolto. Un terrore totale lo sopraffece alla vista dell'umanità che attraversava il dramma dell'ultimo giudizio, il dramma dei due sentieri divergenti, della dannazione e della salvezza. Crollò a terra, gemendo per l'orrore.

Don Massimo si chiedeva se i vertiginosi progressi delle arti visive ci permetteranno mai di ritrovare quel senso di potenza e quella forza di testimonianza che i lavori dei grandi maestri suscitavano in chi li vedeva per primi. Penso che nel film di Mel Gibson tale domanda abbia trovato risposta affermativa. Quasi non riesci a respirare mentre guardi questo film. E mentre lotti per conservare il tuo equilibrio emotivo, difficilmente hai il tempo di fare attenzione agli innumerevoli suggerimenti visivi. Passando, lasciano soltanto un'impressione fugace, ma il loro effetto d'insieme è di una bellezza straordinaria.

Così, se l'agonia fisica e l'angoscia emotiva tendono a dominarti quando vedi questo film per la prima volta, una seconda visione permette che emerga l'altra dimensione, intravista ma non osservata: l'arte. Questo non è semplicemente un film potente, è una potente opera d'arte. Molte sono state le discussioni, sui media, intorno all'esattezza storica di questo lavoro, e molti attacchi sono stati rivolti alla sua attendibilità di documento storico e di fedele riproduzione dei vangeli. Guardandolo mi sono reso conto, con un certo dispiacere, che un po' di verità, in queste accuse, c'è. In questo senso: il film non cerca di far riemergere l'avvenimento storico direttamente dalle pagine del vangelo, e ancora meno è il tentativo feticista di ricreare l'episodio dal punto di vista scientifico, archeologico.

Il film è molto, molto di più. È il lavoro di un artista che vivendo, ricordando piamente, osservando misticamente, rappresentando artisticamente, sintetizza duemila anni di storia del popolo cristiano. In questo sta la vera potenza dell'opera: non cerca il Signore fra le parole morte della storia o prendendo alla lettera i vangeli, ma esprime qualcosa di vivente, la fede vissuta nella Chiesa.

Le immagini vengono tutte dalla tradizione, memoria vivente di Cristo. Per questo hanno la capacità di commuovere profondamente. Ogni scena, ogni momento del film è una rievocazione, un richiamo alla memoria della Chiesa cattolica. Opere di artisti e mistici universalmente conosciuti, così come statue di basso costo e immagini popolari, ne costituiscono la foggia, fotogramma per fotogramma. Tutti quei dipinti e quegli affreschi, tutte quelle visioni, tutte le pie processioni popolari della quaresima, prendono vita e respiro. Abbiamo già visto il volto di Cristo, insanguinato e sfigurato. Abbiamo già visto lo sguardo d'ineffabile compassione tra la Madre ed il Figlio, la spregiudicata crudeltà dei carnefici, l'odio freddo e calcolato dei persecutori. Ma noi della generazione di chi ha già visto tutto, noi che non ci spaventiamo più di fronte al capolavoro di Michelangelo, ci ritroviamo a piangere e a tremare, ci ritroviamo scossi. Come nessun'altra forma d'arte era riuscita a scuoterci fino ad ora.

Mentre osservavo il distendersi della storia, ho realizzato che il tessuto emotivo si costituisce anzitutto a partire da quegli episodi, ricordati nella via crucis tradizionale, che non sono strettamente evangelici: l'incontro di Gesù con sua madre, l'incontro con la Veronica. Mi ha fatto guardare meno positivamente alla decisione, dovuta a ragioni di ecumenismo, di abbandonare il ricordo di questi momenti a favore di altri "più evangelici". Perché, come mi ha detto un amico all'uscita dal cinema, "quando un visionario oppure un artista ci donano un'immagine, o una parola, o un fatto che corrisponde alla nostra fede, questo non resta estraneo alla memoria dell'evento su cui la fede si fonda. Al contrario diventa, in un certo senso, parte della rivelazione. Diventa parte della nostra memoria vivente, data da Dio per orientarci dentro quell'evento".

Mel Gibson, evidentemente, vede le cose allo stesso modo. Come lui stesso ha scritto nella prefazione ad un libro di fotografie tratte dal film, ha pensato a quest'opera come a un antidoto contro la dimenticanza, una riconquista della memoria del popolo cattolico. La potenza del film testimonia la forza di tale memoria, presenza viva, oggi, tra di noi.