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Il Crocifisso pubblico

Scheda del libro

  • Autore: Massimo Zambelli
  • Titolo: Il Crocifisso pubblico. Cristianesimo, società e futuro
  • Libro SAGGISTICA - 516 pagine
  • Copertina Morbida - Formato 15x23 - bianco e nero
  • 1a edizione 2/2009
  • Prezzo di vendita € 19,50

 

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Introduzione

Croce e Libertà. Libertà e Croce. È l’abbinamento ripetuto e ribadito, come per tutte le cose belle e importanti, nello stemma medievale della mia città, Bologna. Il rapporto positivo tra il segno della Croce (simbolo del Comune) e la parola Libertas (che rappresenta il Popolo) è anche la sintesi efficace delle intenzioni di questo libro, il filo conduttore e l’immagine guida che lo attraversano. Le presenti riflessioni nascono dalla percezione di una crisi profonda che attraversa il nostro tempo, in cui è diventato difficile vedere con chiarezza nel cristianesimo la matrice viva di quanto di più caro conosciamo, come la libertà e il valore della persona umana. Il divorzio tra Croce e Libertà non è solamente accettato quale scomoda eredità del passato, ma da alcuni contemporanei (influenti e dinamici) è direttamente voluto nel presente, cercato come pregio in una battaglia culturale in divenire. La pretesa è di tenere alta la libertà (e la razionalità, la dignità dell’uomo, i diritti inviolabili), di mantenerla viva e solida, anche senza il riferimento vitale alla religiosità, alla religione e in particolare al cristianesimo (soprattutto nella versione cattolica) (1). Secondo questa impostazione solo una prospettiva radicalmente immanente può garantire benessere, qualità della vita e democrazia; mentre la Croce e il cristianesimo sono sempre di più pensati e presentati come opzioni di parte, realtà che al più valgono come le altre e che hanno un leggero e superficiale rapporto genealogico con i munera, i doni, che pur tuttavia continuiamo ad usare. La tesi di questo libro è invece che il rapporto tra Croce e Libertà è ancora vitale e non ha per niente esaurito la sua carica di buon-futuro per le nostre società.

La questione della presenza del crocifisso nei luoghi pubblici riflette questo decisivo confronto culturale. È sintomo di intenzionalità profonde che vogliono sganciare sempre più radicalmente la cultura contemporanea dalla religione e dal cristianesimo. Di per sé esporre o deporre un crocifisso può essere una questione marginale, riguardante l’arredo di alcuni locali e coinvolgente la differenza di gusti estetici, ma ciò che è implicato nel profondo riguarda aspetti fondamentali per il presente e il futuro del vivere sociale, come il grande e decisivo dibattito sul ruolo pubblico della religione, la determinazione dell’idea di laicità, il rapporto tra l’identità storica di una nazione e la multiculturalità, la riconfigurazione del concetto di natura umana, la fondazione trascendente dei valori e dell’etica. Se non fossero in gioco questi elementi così importanti cosa accadrebbe in fondo di grave se il crocifisso venisse tolto da scuole, ospedali e tribunali? Tutto continuerebbe come prima. Ma in gioco c’è molto di più di un segno grafico. L’esposizione o la deposizione del crocifisso nei luoghi pubblici è il segno dei tempi sia del processo di abbandono del rilievo pubblico della religione, sia, all’opposto, della necessità di ridare senso religioso ai postulati veritativi e normativi che abitualmente usiamo. La querelle sul crocifisso diventa quindi un’ottima occasione (pretesto, se vogliamo) per indagare il rapporto in tensione tra modernità e religione, identità culturale e cristianesimo, laicità e religiosità, vita pubblica e Chiesa, etica e fede. È una quaestio che assomiglia alla punta di un iceberg, il quale, sotto il pelo d’acqua della visibilità mediatica dei casi più eclatanti di eliminazione del simbolo, nasconde una serie di temi e di implicazioni grandi appunto come una montagna. Per questa ragione chi vuole mantenerlo, o rimetterlo là dove manca, non può più basarsi solamente sull’usanza, la tradizione, l’abitudine, la consuetudine, ma deve recuperare attenzione alla vera posta in gioco, ed attrezzarsi ad affrontare con motivazioni razionali le intenzionalità secolariste che la polemica iconoclasta nasconde.

Il taglio con il quale mi confronto con le dinamiche divorziste (tra cristianesimo e modernità) è volutamente radicale. Il dialogo e l’apertura verso tutti non può prescindere dalla chiarezza e dalla franchezza. Troppo spesso chi diagnostica, o auspica, la morte di Dio, il suo ritrarsi dal senso comune e l’indebolimento fino all’estinzione del «principio Dio» per l’orientamento dell’esistenza, non arriva alle estreme conseguenze. Sembra che niente cambi. È questo secondo me il potente malinteso di chi spinge per un secolarismo s-frenato. Il bivio tra nichilismo e senso sta diventando popolare, esce dai libri dei filosofi e raggiunge sempre più consapevolezza a livello generale. Si possono mettere bende e cerotti, continuando a nascondere gli effetti reali della morte di Dio, del suo allontanamento dalla coscienza e dalla vita pubblica, e può capitare anche che siano le stesse chiese e religioni a prestarsi a supplire il vuoto incipiente con conforti superficiali, temporanei, tesi in fondo a mantenere l’assetto laicista, senza comprendere che la cura al nichilismo può avvenire solo con una proposta alternativa altrettanto forte. So bene che l’esposizione di un crocifisso non è di per sé risolutiva e che potrebbe essere l’ennesimo cerotto che lascia il virus scorazzare per il cortile. Se c’è stata una ritrosia in questi anni in cui ho pensato il libro è dovuta proprio al conoscere la debolezza del simbolo cristiano per scongiurare il dilagare pubblico del nichilismo. Cosa può fare, in fondo, un segno sul muro? Ma penso anche che così impotente non lo sia: se lo si vuole togliere con tanto impegno forse un qualche concetto «scomodo» lo trasmette ancora. E comunque, la mia speranza è che la discussione sulla sua presenza costringa a ragionare su ciò che vi è implicato. Mettere o lasciare un crocifisso nei luoghi pubblici dovrebbe essere la conseguenza di una presa di coscienza generale, ed è a questa che mira il libro.

La morte di Dio, consegnata a noi dall’ateismo e dall’indifferenza, porta direttamente alla morte dell’uomo, e può essere sconfitta solo dalla Morte di Dio, dalla Sua libera assunzione della condizione umana mortale. Il crocifisso ipotizza una solidarietà letteralmente sconfinata di Dio con l’uomo, che lo valorizza fino all’incredibile e gli dona la più alta dignità. Se un Dio segue le tracce dell’uomo fino alla fossa più cupa, cosa sarà mai questa creatura che è in grado di scomodare così drammaticamente il suo Creatore? E chi sarà mai questo gentile Soccorritore che rinuncia agli agi dell’Olimpo per frequentare in prima persona le fatiche del bene terreno e il lezzo del male? Il crocifisso sulle pareti pubbliche richiama l’umanesimo dallo sbandamento verso il nichilismo, il quale tende a diventare – logicamente, necessariamente – sempre più popolare, e rende invece pubblica la regalità dell’uomo, la sua sacra preziosità. È l’attestazione massima della sensatezza della vita umana. Manifesta che vale, che ha senso lottare e impegnarsi. Vedere nella sua esposizione solo dei giochi di potere della Chiesa, che cercherebbe visibilità in tempi di emarginazione, marcando subliminalmente un territorio sempre più sfollato di fedeli, è di una miopia straordinaria, propria di chi ha la testa infarcita di schemi ideologici che riconducono tutto alla politica come potere e all’economia come guadagno (2). Una cecità che non sorprende trovare in chi non riesce a valutare l’effetto nichilista della neutralizzazione di Dio.

Tuttavia i miopi timorosi (di andare fino in fondo nella negazione) non sono i soli a dominare la scena. Si possono cogliere anche segnali di consapevolezza che aiutano a bilanciare l’allegra compagnia dei neutralizzatori di Dio. «Dopo la morte di Dio, anche il soggetto umano è travolto nella dissoluzione di ogni valore», dice Pietro Barcellona (3). Morto Dio muore ben altro, purtroppo. Gli fa eco, da altra posizione, André Glucksmann: «Sacrificare a cosa? Chi può misurare la santità o la nocività di un sacrificio, una volta sepolto Dio? Inutile ricorrere a qualche succedaneo. Assieme al Grande Defunto si svalorizzano contemporaneamente “l’Imperativo morale, il Progresso, la Felicità per tutti, la Cultura e la Civiltà” (Voegelin). Con lo sbandamento dei Valori Maiuscoli niente sembra poter autentificare un sacrificio… Niente, se non il sacrifico stesso» (4). Nella tomba di Dio sono cadute una ad una le grandi parole chiave degli ultimi secoli. Morte comune senza gaudio. Prendo le due citazioni come tracce nel bosco. Non è importante qui discuterle all’interno del percorso degli autori per seguirne lo sviluppo intellettuale. Non mi interessa parlare del «dito» che indica, ma della «luna» indicata. E la luna è che i valori, il senso della vita, la dignità dell’uomo, sono tutte realtà che vivono di luce riflessa, cioè di un presupposto teologico e metafisico. Non mi nascondo che le religioni possono, prese male, rendere fanatici e dare una carica micidiale all’azione. Il vero problema non è fare una gara di bontà, in cui viene premiata con un viaggio esotico l’idea più simpatica. Il problema è avere chiara la realtà del bivio, sapendo che se è vero che le religioni (non tutte uguali, tra l’altro) possono fornire alibi all’omicidio, ancora più certo è che la morte di Dio, eliminando l’oggettività del valore dell’uomo e della vita, e ancora più a fondo l’idea stessa di oggettività e di valore, toglie ad ogni gesto compiuto il dramma del negativo. Mancando un’idea di bene assoluto e universale il male diventa irriconoscibile, rientra nella clandestinità, si mimetizza tra le forme. Il pensiero coerente diventa daltonico, non distingue più, né per disprezzare né per apprezzare. L’insipidità etica, noetica ed estetica è il destino segnato per chi inizia a percorrere il braccio nichilista del bivio, destino che il piccolo segno della croce presente nelle nostre case e nei luoghi di vita comune contrasta con discrezione e semplicità.

Struttura del libro

Nella primo capitolo (Breve storia della querelle) presento una rapida cronaca dei recenti casi di contenzioso sull’esposizione pubblica del crocifisso e di altri simboli religiosi. Verrà evidenziato che non riguarda esclusivamente l’avversione di alcuni musulmani integralisti. È la coscienza collettiva nel suo insieme ad avere indebolite le ragioni di un ancoraggio del segno cristiano alla nostra tradizione culturale e spirituale. I non credenti militanti e gli appartenenti integralisti ad altre confessioni religiose hanno buon gioco nel loro intento di destrutturare l’intreccio tra cristianesimo e cultura nazionale, vista la confusione che regna a proposito della nostra identità storica, del rilievo pubblico della religione e dell’idea di laicità.

Nel secondo capitolo (Confronto con le obiezioni) ho cercato di rispondere alle obiezioni più diffuse sulla presenza del simbolo cristiano. Le obiezioni riflettono quel clima culturale «divorzista» di cui dicevo. Il metodo adottato per il confronto è simile alla partecipazione ad un forum su internet, e sono quindi ben consapevole che le risposte fornite non sono esaustive e che possono a loro volta ricevere una replica che riapre il confronto. Con le risposte vorrei offrire semplicemente qualche spunto riflessivo per affrontare senza complessi di inferiorità idee che sembrano ultimative e inscalfibili, quasi dogmatiche, iniziando così un processo di confronto di cui viene auspicata la partecipazione di molti altri punti di vista pro-presenza.

Nel terzo capitolo (Se la laicità diventa laicismo) cerco di mostrare le conseguenze per molti ambiti della vita sociale dell’accettazione passiva di un’idea di laicità che sarebbe più corretto chiamare laicismo. La differenza tra i due termini è che la laicità non esclude la religiosità, come invece viene sempre più spesso usata. Laicismo è per me un sinonimo di ateismo militante. Nel laicismo si vuole impostare la vita individuale e sociale come se Dio non ci fosse, e come se, quindi, non esistesse una dimensione spirituale. Ma se Dio e lo spirito ci sono davvero perché escluderli dalla vita? Solo se non ci sono, o solo se il dubbio sulla loro reale esistenza è talmente forte da sfumarsi con una negazione pratica, può avere senso impostare l’esistenza, singola e collettiva, senza tenerne conto. In questo caso però si dovrebbe smettere di dire che la laicità è neutrale rispetto alle religioni che pongono in modo positivo la questione Dio. Il laicismo è una precisa presa di posizione, non è l’arbitro in campo ma il giocatore di una squadra diversa. Il buffo è invece che si presenta nell’agorà pubblica come Sua Maestà la Neutralità. Molto scorretto. Dando rilievo all’evidenza delle immagini mostrerò cosa dovrebbe accadere se venisse accettata per davvero un’idea di laicità intesa come estromissione di ogni riferimento religioso dalla vita pubblica. Non ha senso prendersela con il povero crocifisso e lasciare invariato il resto. Se si accetta il presupposto laicista la cascata di conseguenze di neutralizzazione del religioso è vastissima. Ma lo scopo di questa rassegna è rovesciare il presupposto: se accettiamo come giusti, normali, pacifici, i riferimenti al religioso in tanti ambiti e luoghi della vita pubblica, forse questo significa che il laicismo va stretto e che la giusta laicità è inclusiva dell’apertura al religioso in generale, e a quel volto specifico del religioso assunto dalla tradizione locale, il cristianesimo.

Nel quarto capitolo (Se Dio non esiste) provo a sondare gli effetti misconosciuti, mascherati e accortamente mimetizzati della negazione di Dio. Con un triplice passaggio ci addentreremo nella radura del nichilismo. Ma non basta mostrare gli effetti di coerenza dell’ateismo, quello che più serve è sapere se è possibile una sensata via d’uscita: se cioè Dio esiste per davvero, se abbiamo delle ragioni plausibili per affermarlo, e se la resistenza al nulla che minaccia la vita nel dolore, nell’ingiustizia, nella morte e nel disastroso evento accidentale, non sia figlia di un arbitrario sforzo di volontà ma di una convinzione che poggia su motivazioni sensate. Il crocifisso, e in particolare i tre tipi di piaghe del Crocifisso (ombelico, circoncisione e stigmate), saranno la chiave interpretativa per affrontare l’ardua impresa di uscire a testa alta dall’ateismo e dal suo ospite indesiderato (ma necessario) che è il nichilismo. La tesi di questa sezione è in fondo la continuazione della frase che Dostoevskij fa dire a Ivan, uno dei Fratelli Karamazov: Se Dio non esiste (ateismo) tutto è permesso (nichilismo)… Ma se non tutto è permesso (a livello etico, noetico ed estetico), allora Dio esiste. E siamo salvi.

Nel quinto capitolo (Interpretazioni) mostro come la croce (e il crocifisso) sia un segno vitalmente presente nella cultura contemporanea. Non ha finito di significare e viene usata, sia direttamente come simbolo, che indirettamente come storia della Pasqua redentrice, in svariati contesti di diffusione e produzione dell’immaginario collettivo: pittura, scultura, musica, cinema, fotografia, pubblicità, devozione, politica. Le opere commentate sono occasione per approfondire alcuni dei molteplici aspetti veicolati dalla ricchezza contenuta nel simbolo cristiano. Con questa rassegna personale, e certamente incompleta, vorrei reagire al sottile sentimento di «datazione» che una frequentazione superficiale del simbolo può indurre. A forza di vederlo presente da tempo immemore nel paesaggio urbano, l’occhio (e il pensiero) si abitua e rischia di non cogliere pienamente l’originalità e la bellezza di ciò che apporta. La soluzione non è togliere i simboli per un tempo indeterminato, lasciando così disabituare la percezione per poi eventualmente rimetterli, chissà quando, confidando in una riacquistata verginità dello sguardo. È ingenuo credere che l’occhio «vergine» sia più predisposto di quello «maritato» a cogliere gli importanti significati della croce. La soluzione è ringiovanire lo sguardo. Le persone care che frequentiamo abitualmente ricadono anch’esse nel rischio dell’abitudine che soffoca la capacità di coglierne la singolarità e le loro specificità positive; ed è vero che lo choc di una perdita improvvisa ci fa riscoprire la preziosità che avevamo sotto gli occhi e che non sapevamo vedere. Dovremmo accorgerci e valorizzare persone, cose e simboli, mentre li abbiamo e non solo quando li perdiamo. È un invito a resettare la stanchezza dovuta all’abitudine e a rinnovare lo sguardo, proprio come sanno fare gli artisti di oggi.

Nel sesto e ultimo capitolo (Il crocifisso nei diversi contesti) tento un’operazione ermeneutica, anche qui personale e sicuramente incompleta, che espliciti e in qualche modo aggiorni i significati del crocifisso (e quindi della storia cristiana) nei vari contesti di esposizione. I contesti incidono nell’interpretazione e nella comprensione del simbolo. Cosa potrebbe dire oggi un crocifisso esposto a scuola, in tribunale, in un ospedale o nelle case di cura, negli uffici pubblici, nelle caserme, e nelle carceri? Non dice la stessa cosa. La vicenda di Gesù Cristo è talmente ricca da investire di senso ogni aspetto della vita, contribuendo a offrire qualcosa di buono sia ai credenti che a quei non credenti che sanno ancora riconoscere come positiva la tradizione culturale che fa capo al cristianesimo. Per interpretare efficacemente il crocifisso nei vari contesti ho ritenuto utile premettere una riflessione sulla validità della percezione simbolica e sulla consistenza veritativa delle immagini che la mente elabora per relazionarsi con la realtà.

Infine nella conclusione mi chiedo cosa fare concretamente a riguardo dell’esposizione del simbolo. Qui anticipo solo poche righe per dire che lasciare le cose come sono, aspettando che tempo, dimenticanza, incuria, indifferenza o intraprendenza privata risolvano i vari contenziosi, mi sembra indecoroso. Occorrerebbe una decisione collettiva in grado di superare il riferimento agli antichi regolamenti, una scelta comune in grado di aggiornare e attualizzare le ragioni della sua esposizione. Vedo, tuttavia, ancora attivi molti pregiudizi dovuti a «simbiosi conflittuale» con il cristianesimo, e trovo piuttosto diffusa una scarsa consapevolezza delle implicazioni che ruotano intorno all’esposizione pubblica del crocifisso. Sarà una conclusione piuttosto aperta.

Termino questa introduzione con il ricordare che proprio il nesso tra Croce e Libertà ha prodotto nella Bologna medievale il Liber Paradisus, un gioiello giuridico che, in anticipo sulle carte moderne dei diritti dell’uomo, proclamava la liberazione di un migliaio di persone dalla servitù della gleba. Riporto parte del testo notarile redatto il 3 giugno 1257.

«Questo è il memoriale dei servi e delle serve che sono emancipati ed emancipate dal comune di Bologna; il quale memoriale si deve nominare a buon diritto “Paradisus”.
In principio il Signore piantò un paradiso di delizie, nel quale pose l’uomo che aveva formato, e aveva ornato il suo stesso corpo di una veste candeggiante, donandogli perfettissima e perpetua libertà. Ma egli, misero, dimentico della sua dignità e del dono divino, gustò il pomo proibito dal comando del Signore, per cui trascinò miseramente se stesso e tutta la sua posterità in questa valle, ed avvelenò in modo smisurato l’intero genere umano, avvincendolo miseramente nei legami della schiavitù diabolica: e così da incorruttibile divenne corruttibile, da immortale mortale, soggiacendo alla corruzione e a gravissima schiavitù.
Vedendo dunque Dio che tutto il mondo era miseramente perito, mandò il Figlio suo Unigenito, dalla Vergine Madre, con l’opera della grazia dello Spirito Santo, affinché a gloria della sua dignità, spezzate le catene della schiavitù dalle quali eravamo tenuti prigionieri, ci restituisse la primitiva libertà, e perciò molto utilmente si agisce, se gli uomini che all’inizio la natura generò e creò liberi e pose sotto il giogo del diritto delle genti (ius gentium) siano restituiti col beneficio dell’emancipazione coloro che erano nati in quella libertà.
In considerazione della qual cosa, la città di Bologna, che ha sempre combattuto per la libertà, ricordando gli impegni passati e pensando ai futuri in onore del nostro Redentore e Signore Gesù Cristo, con una somma in denaro riscatta tutti quelli che nella città e diocesi di Bologna trova stretti dalla condizione servile, e decreta che siano liberi, dopo un’accurata indagine (inquisitione habita) stabilendo che nessuno, costretto da qualche forma di servitù osi dimorare nella città e diocesi di Bologna…» (5).

La Croce è un inno alla libertà. Libertà dal determinismo fisico, dal male metafisico e dai mali storici. Libertà per scegliere e vivere il bene. Il crocifisso ne è il vessillo pubblico.

NOTE
1. La religiosità tiene aperta la porta del mistero a chi si muove nell’orizzonte di una pura razionalità, le religioni esplicitano una ricerca spirituale del mistero e il cristianesimo indica l’incarnazione del mistero.
2. Il potere e l’economia sono certamente anche questo, ma non solo e, soprattutto, non principalmente. La politica e l’economia sono l’arte del governo della città e delle opportunità.
3. Pietro Barcellona, L’epoca del post-umano, Città aperta, Troina (En) 2007, p. 27.
4. André Glucksmann, La terza morte di Dio, Liberal Edizioni, Roma 2004, p. 312.
5. Traduzione di Massimo Guizzardi in www.orarel.com/pensieri/guizzardi/liber_paradisus.shtml

Indice:

Introduzione 8

1. Breve storia della querelle 17

2. Confronto con le obiezioni 26

3. Se la laicità diventa laicismo 27

Il Muro Bianco e il Mondo Grigio 77
Croce e crocifisso 84
La vicenda della Croce rossa 86

Istituzioni politiche 87

Quirinale 87
Parlamento 97
Palazzo Chigi 100
Corte costituzionale 102
Carte dei conti 107
Campidoglio 107

Marina italiana 107

Bandiera 107
Santa Barbara 108
Preghiera del marinaio 109
Inno della Marina 111

Carabinieri 111

Esercito 113

Sciarpa azzurra 113
Decorazioni 114

Sport 114

Maglia azzurra della nazionale 114
Squadre di calcio 116

Inni 116

Inno italiano 116
Inno europeo 118

Tempo 120

Calendario 120
Feste 123

Bandiere 126

Croce rossa 126
Marina mercantile e militare 127
Regioni, città e paesi 127
Bandiera dell’Europa 128

Toponomastica 128

Segnaletica 129

Filatelia 136

Giochi 136

Università 137

4. Se Dio non esiste 146

1. Tre passaggi verso il nichilismo 148

1.1 Da Dio all’Io collettivo 149
1.2 Individualizzazione dell’Io 153
1.3 La rarefazione del senso 158
1.4 Mescolatura degli ingredienti 169
1.5 Il dramma dell’umanesimo ateo 169

2. Risalita al senso 172

2.1 Ombelico 173
2.2 Circoncisione 190
2.3 Stigmate 209

5. Interpretazioni 230

Politica 232

La Croce a Ground Zero 233
La collina delle croci 237
Croci bianche per i non nati 237

Arte 239

Il giudizio della Croce 239
No War 245
L’occidente cristiano 245
Red di Bono 250
Damien Hirst e la Croce in formalina 254
William Congdon 261
Vigli - Croce ponte verso il Cielo 263
Il Cristo di cioccolata 267
Il Crocifisso Risorto di Medjugorje 270
Martin Rainer 276

Fotografia 282

In Hoc Signo 282
Bologna e Costituzione 290

Cinema 293

Locandine 293
Matrix 294
Spiderman II 295
Le Cronache di Narnia e Il Signore degli anelli 296
The Passion 298

Musica 300

Madonna in croce 300

Pubblicità 302

Croci gioielli 304
Croce del peccato 304
Ultima Cena al femminile 305
Playstation - Ecce homo 306
Jesus Juice 307
Rooney - Nike 307
AIDS 308
Deposizioni 308
Usi e costumi 309
Blasfeme 309

Forme 309

La vita quotidiana 310
Il Nome santo 311
Crocifisso di san Benedetto 312
Croce di santa Brigida 313
Croce celtica 316
Croce di Gerusalemme 316
Croce di Lutero 317
Logo del convegno ecclesiale di Verona 318
Croce di fiori 319

6. Il crocifisso nei diversi contesti 322

1. Sul simbolo 323

1.1 I contesti del simbolo secondo il Consiglio di Stato 323
1.2 Una necessaria reinterpretazione secondo Joseph Ratzinger 327
1.3 Simbolo e realtà 330

2. I contesti 341

2.1 Il crocifisso nella scuola 341
2.2 Il crocifisso negli uffici pubblici 374
2.3 Il crocifisso nelle caserme 378
2.4 Il crocifisso nei tribunali 381
2.5 Il crocifisso nelle carceri 388
2.6 Il crocifisso negli ospedali e nei luoghi di cura 392
2.7 Il crocifisso nei cimiteri 426

Conclusione 432