Home   Studenti   Cristianesimo   Estetica   Religioni  Link
  Piazza   Genitori     Fede e ragione     Etica  

  Materiali

   Guestbook
  Contatto   Blog     Persona-Società     Pensieri     Libri    Svaghi


***********************************************

***********************************************

 

14 novembre 2002
Giovanni Paolo II visita il Parlamento della Repubblica italiana.

PICCOLO  FORUM

 

Testi
Intervento del Papa
Intervento dell'On. Pera
Intervento dell'On. Casini

Forum
Giuseppe Riccardi
Emma Fiorini
Carlo D'Adamo

Il Papa alla Camera

di Giuseppe Riccardi

Per un credente tutti i discorsi del Papa sono soprattutto occasione e spunto di meditazione per la propria vita di cristiano che opera nel mondo e nella storia.

Questa volta però ciò che invita ad una riflessione diversa e più etico-politica è il luogo in cui il messaggio è stato pronunciato (la Camera dei deputati) alla presenza di parlamentari, presidenti dei due rami del Parlamento, presidente del Consiglio, presidente della Repubblica.

L’eccezionalità dell’evento ha avuto largo spazio nei commenti radiotelevisivi e su tutti gli organi di stampa anche a scapito di una riflessione sui contenuti del messaggio che avrebbero meritato più eco nella opinione pubblica.
Ora però , a riflettori spenti e dopo il consumo massmediologico della notizia-evento, conviene riprendere il discorso del Papa con umile ed attenta disponibilità di mente e di cuore, ma anche con laico e rispettoso atteggiamento critico. Tale atteggiamento infatti è positivamente favorito dall’approccio storico-culturale del messaggio: un incipit di ampio respiro che dà la chiave di lettura più appropriata nel contesto della peculiare tradizione della storia civile italiana.

Prima ancora dell’intreccio, a volte anche tumultuoso e non privo di contraddizioni, tra storia di Italia e storia della Santa Sede (“davvero profondo è il legame esistente tra la Santa Sede e l’Italia”), il papa suggerisce un piano di lettura ancora più profondo, più squisitamente culturale e di civiltà. “E’ venuto crescendo nel mio animo l’ammirazione per un Paese in cui l’annuncio evangelico ha suscitato una civiltà ricca di valori universali ed una fioritura di mirabili opere d’arte, nelle quali i misteri della fede hanno trovato espressione in immagini di bellezza incomparabili”.

Tali affermazioni inseriscono, con discrezione ed autorevolezza, il discorso e il suo contenuto dentro una tradizione storicamente fondata e ampiamente riconosciuta anche da una storiografia non segnatamente cattolica. Ci viene in mente Benedetto Croce: “Perché non possiamo non dirci cristiani”.

E’ stata questa lettura alta del rapporto tra Stato e Chiesa in Italia ciò che nel messaggio del papa ci ha subito positivamente colpito destando interesse ed attenzione. E’ stato l’orizzonte culturale più consono a metterci in ascolto del magistero del Pontefice anche sui temi di più scottante attualità. Su questi ultimi le nostre sensibilità e le nostre opinioni potranno anche differenziarsi. La realpolitik potrà ancora una volta opporre le fredde e ciniche ragioni dell’agire politico in una storia tortuosa e notturna alle ragioni della morale o dei valori perenni della fede. Comunque il richiamo a valori universali quali il rispetto dei diritti umani, della vita, della democrazia, della pace e della solidarietà verso i più deboli (che siano i poveri del mondo e della porta accanto, i disoccupati, i carcerati...) è indirizzato alla coscienza di ogni uomo di qualsiasi opinione o militanza politica, credo religioso, appartenenza etnica.

E’ un patrimonio prezioso di valori di cui il Papa ancora una volta ed instancabilmente si fa messaggero e difensore, nella consapevolezza, che dovrebbe essere anche nostra e soprattutto dei cristiani, della fragilità della natura umana, del male che rende impura la storia del mondo e fa della politica non un servizio ma l’esercizio di un potere dell’uomo sull’uomo, un dominio che si nutre spesso di guerra.

Dopo alcune settimane dal messaggio al Parlamento italiano, il Papa parla ancora al mondo con toni forti del ‘disgusto’ di Dio per i comportamenti individuali, sociali, politici degli uomini di questo tempo. Il disgusto di Dio si manifesta tragicamente come silenzio di Dio, ma ancor più preoccupante e drammatico è il silenzio dell’uomo incapace di ascolto sia del silenzio che della parola di Dio, che continua a parlare attraverso i suoi testimoni, in particolare il Papa.

Giuseppe Riccardi

 

14 Novembre 2002 – Il Papa in Parlamento

di Emma Fiorini

Sull’intervento del Papa alla Camera molto è apparso sulla stampa: non desidero unirmi al coro e ripetere, magari con parole appena un po’ diverse, ciò che hanno detto tutti in quanto, evidentemente, esercizio inutile e stucchevole. (Non c’è chi non abbia notato l’appello del Papa sulla situazione nelle carceri: è stato rilevante ma non mi soffermerò, non perché non lo ritenga meritevole di nota ma in quanto già abbondantemente evidenziato). Vado quindi su ciò che mi sembra più importante.

Il rispetto dei diritti umani
“HOMINUM CAUSA OMNE IUS CONSTITUTUM EST “ Al centro di ogni giusto ordine civile deve esservi il rispetto per l’uomo, per la sua dignità e per i suoi inalienabili diritti”.

Esiste un assunto più imprescindibile nell’attività politica? Non credo. Non ho letto nulla su ciò sulla stampa: E' troppo ovvio per i nostri giornalisti? Oppure è troppo ovvio per i nostri parlamentari?

Politica e valori della democrazia
L’attività dei parlamentari “si qualifica in tutta la sua nobiltà nella misura in cui si rivela mossa da un autentico spirito di servizio ai cittadini. Decisiva è, in questa prospettiva, la presenza nell’animo di ciascuno di una viva sensibilità per il bene comune”.

Il Papa mette in guardia dal “ rischio dell’alleanza fra democrazia e relativismo etico, che toglie alla convivenza civile ogni sicuro punto di riferimento morale e la priva, più radicalmente, del riconoscimento della verità”. Spirito di servizio, bene comune, verità: è urgente, è necessario tornare su questi valori per chiunque, a qualsiasi livello, si occupi della cosa pubblica. La deriva del relativismo etico giustifica tutto: rischiamo di non riconoscerci più in ciò che accade ed i più giovani si allontanano inevitabilmente dall’interesse politico, da ciò che manda talvolta un insopportabile odore di imbroglio, di neppure tanto nascosto banale tornaconto personale.

Famiglia
“In un tempo di cambiamenti spesso radicali, nel quale sembrano diventare irrilevanti le esperienze del passato, aumenta la necessità di una solida formazione della persona…ampia collaborazione affinché le responsabilità primarie dei genitori trovino adeguati sostegni” .
Ora come mai nel passato la famiglia è sola di fronte alle sue responsabilità, alle sue scelte; genitori assillati da cento problemi pratici, da mille diverse richieste sociali , genitori che devono fare fronte a tutto, spesso con strumenti assolutamente inadeguati, tentando faticosamente di essere ,nel contempo, coniugi attenti, buoni genitori, educatori sensibili, lavoratori solerti, cittadini interessati, abili imprenditori di se stessi ecc. ecc.

Se ne sono accorte le istituzioni?
Come intervengono le normative?
Ci pensano i nostri amministratori?

Scuola e cultura
“L’uomo vive di un’esistenza autenticamente umana grazie alla cultura…Proprio per questo una azione sollecita del proprio futuro favorisce lo sviluppo della scuola… e non lesina gli sforzi per migliorarne la qualità“.

Considerando le condizioni nelle quali si opera nella scuola attualmente, sembra che questa esortazione del Papa cada nel deserto più arido: i finanziamenti alla scuola non sono certo aumentati, anzi, e gli operatori vivono, assieme agli studenti, una situazione peggiore.

Fino a quando ?

L’Italia e l’Europa
“… Nel momento in cui si stanno definendo i profili istituzionali dell’ U.E. e sembra ormai alle porte il suo allargamento a molti Paesi dell’Europa centro – orientale…è necessario stare in guardia da una visione del Continente che ne consideri soltanto gli aspetti economici e politici o che indulga in modo acritico a modelli di vita ispirati ad un consumismo indifferente ai valori dello spirito”.

Il Papa richiama i governanti al significato più autentico della unificazione europea; essa deve poggiare su “fondamenti etici”, al di fuori dei quali cessa di avere senso, riducendosi ad una sovrastruttura ulteriore, misconosciuta e mal sopportata. I comuni valori europei sono inoltre una spinta potente per la pace, per la risoluzione di diversi conflitti a noi vicini.

Crisi dell’occupazione e povertà
“… Ma è inevitabile riconoscere la tuttora grave crisi dell’occupazione soprattutto giovanile e le molte povertà, miserie ed emarginazioni , antiche e nuove, che affliggono numerose persone e famiglie italiane o immigrate in questo Paese”.

L’impegno che il Papa richiede ai governanti prima ed ai parlamentari tutti è verso la solidarietà sociale ( tra l’altro chiaro ed indiscutibile valore costituzionale), l’attenzione ai più piccoli e poveri; mi unisco agli applausi che l’intero intervento ha riscosso, rimanendo in attesa di ciò che ne sortirà. Confesso di avvertire fastidio per la retorica di molti commenti ma seguirò con attenzione gli eventuali sviluppi.

Già, eventuali…

Dicembre 2002,
Emma Fiorini

 

Brevi considerazioni

Intervento di Carlo D'Adamo

Caro Massimo,
ho scritto e riscritto diverse volte questo intervento, nel tentativo di essere meno banale, poi mi sono rassegnato. In parole povere, sull'evento mediatico della visita del papa nel parlamento italiano e sul suo discorso credo si possano dire almeno queste cose:

1) la visita è stata un fatto importante, e non credo che La Malfa e Cossutta, che polemicamente hanno deciso di non essere presenti, abbiano colto la sostanza dell'avvenimento. Credo si possa dire oggi che la lunga querelle che ha opposto in Italia Chiesa e Stato per le condizioni particolari nelle quali è avvenuto il processo di unificazione nazionale è ormai superata, e che la visita del papa suggella definitivamente la fine di ogni contenzioso. Laicamente credo che difendere le prerogative dello Stato non significhi doversi spingere fino al punto di pensare come un "vulnus" alle istituzioni la visita del papa. Anzi, il confronto, nel rispetto reciproco, deve nascere dall'incontro e dallo scambio di opinioni. Io credo ad esempio che alcuni punti del nuovo Concordato - in questo non meno di quelli del vecchio - possano essere criticati, e che il programma di Cavour ("libera Chiesa in libero Stato") sia ancora attuale, e condivisibile sia da parte dei cattolici che da parte dei laici. La visita del papa si colloca a mio avviso nel solco di una tradizione che inizia con la Rerum Novarum e che invita i cattolici a sentirsi parte integrante dello Stato, con la loro presenza attiva, cancellando la Non Expedit di Pio IX. Tuttavia anche nella mentalità cattolica, come in quella socialista, sono state sempre presenti tendenze antistatali, nel senso che a volte la comunità religiosa o il gruppo dei credenti ha concepito la sua presenza come l'unica legittimata da valori morali, non riconoscendo agli altri pari dignità. Giovanni Paolo II da questo punto di vista si muove esattamente in direzione opposta: il suo è anche un richiamo a essere nello Stato cittadini portatori di ideali insieme ad altri, diversi ma non avversari. Una delle cose più interessanti del suo discorso è stato il richiamo alla solidarietà tra regioni diverse, nell'ambito dell'unità dello Stato: parole chiarissime e condivisibili, di fronte all'incultura di posizioni leghiste più o meno secessioniste.

2) Nel merito, il discorso del papa tocca almeno un altro punto alto: quello del richiamo alla pace. Tu hai detto che, rispetto alle posizioni ufficiali della Chiesa, ti trovi in parte spiazzato, perché comprendi alcune delle ragioni che alcuni portano per giustificare la necessità di un intervento armato. A mio parere il papa è al tempo stesso utopista e realista, perché non richiama solo alla superiorità di una cultura di pace rispetto alla mentalità bellicistica, ma tende a riportare il contenzioso sul piano diplomatico, quello degli organismi internazionali e del dialogo. Non si può non dargli ragione. La guerra abbrutisce anche gli spettatori, cancella diritti e speranze, non è solo un disastro per le vite individuali e per le famiglie coinvolte, ma può significare un arretramento considerevole nella civiltà e nelle prospettive del genere umano. Basta pensare allo stato di emergenza che giustifica la sospensione dei diritti civili, la censura, la limitazione agli spostamenti, il controllo delle opinioni: tutte misure "normali" in tempo di guerra. Non è un caso che spesso le dittature nascano dopo una guerra, quando la gente è già assuefatta alla mancanza di democrazia e di agibilità politica. Oggi inoltre possiamo aggiungere alla nostra propensione per la pace anche questa considerazione: che le armi di sterminio sono diventate così potenti che l'umanità intera potrebbe essere cancellata per errore dalla faccia della Terra. Si dirà: "ma le armi sono precise, colpiscono solo gli obiettivi strategici". Balle. La guerra innesta una serie di ritorsioni a grappolo che sono imprevedibili. Iniziano due paesi, e poi diventano quattro, dieci, venti: anche la prima guerra mondiale all'inizio sembrava solo una terza guerra balcanica. Inoltre per qualcuno l'intera umanità potrebbe essere l'obiettivo strategico.

3) Un altro punto a mio parere condivisibile è il richiamo al rispetto per l'ambiente. Non c'è dubbio che rispetto per l'ambiente significa anche rispetto per l'uomo e per la qualità della vita, rifiuto dello spreco e della dissipazione delle risorse, apertura verso prospettive di sviluppo meno disuguale per le diverse parti del mondo. Povertà e fame - la Chiesa è sempre stata terzomondista - si combattono anche ripensando al modello di sviluppo e correggendo le distorsioni che questo provoca.

4) L'unica cosa che mi trova parzialmente in disaccordo con il discorso del papa è il richiamo alla libertà dell'insegnamento cattolico. E' solo un accenno, ma come va interpretato? Se significa che lo Stato non può e non deve mettere in atto nessun tipo di censura e di limitazione sono perfettamente d'accordo, se significa che lo Stato deve finanziare gli insegnamenti impartiti dalle scuole cattoliche non sono più d'accordo. Già gli asili nido e le scuole materne, le elementari e le medie godono di sussidi statali, e non credo opportuno estendere il sussidio anche alle scuole private che sono ancora autonome, oltretutto in una situazione economica difficile, nella quale la scuola pubblica è oggetto di tagli indiscriminati che ne mettono a rischio perfino il normale funzionamento. Io credo che la difesa della particolarità delle scuole cattoliche sia in contraddizione con la scelta di essere parte dello Stato, di cui parlavo al punto 1). Essere dentro la comunità più vasta non significa rinunciare ai propri ideali, ma può significare rinunciare ai propri privilegi, che sono l'indizio del permanere di una "diversità" che non ha più ragione di essere, se non come rivendicazione di una propria idealità.

5) E qui arrivo all'ultima riflessione. Il papa è al tempo stesso fuori della storia e dentro la storia, fuori dallo Stato e dentro lo Stato. Da qui, a mio avviso, deriva la particolarità della sua posizione e da qui derivano, come risorsa e al tempo stesso come limite, le posizioni dei cattolici impegnati nella vita politica del nostro Paese. Da che parte si difendono il diritto alla vita, alla libertà, da che parte si difendono la famiglia, il lavoro, la dignità della persona? Da che parte si lotta contro la povertà e la miseria, materiale e spirituale? Il problema è sempre aperto.

Carlo D'Adamo